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Diffusori Magneplanar MG 30.7

Recensione di Redazione , pubblicato il 16 Ottobre 2020 nel canale AUDIO

“Pierre Bolduc ci racconta le sue demo dei Magneplanar 30.7, i successori degli illustri Magneplanar Tympani IVa, tenute durante lo Hi-Fidelity Show all’Hotel Melia di Milano nell’autunno del 2018. Due giorni di set-up e due giorni di fiera per capire le caratteristiche sonore dei nuovi Magneplanar a 3 vie e 2 pannelli per ogni canale…”

La tecnica, a cura di Fulvio Chiappetta


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I diffusori Magneplanar 30.7 hanno dimensioni davvero importanti, ma non sono tali per mera grandeur, quanto piuttosto per consentire di raggiungere il massimo delle prestazioni ottenibili con la tecnologia dipolare o, per lo meno, di approssimarvisi il più possibile. Parlando di una persona di alta statura, si commenta spesso che “altezza è già mezza bellezza”; questa affermazione, frutto della saggezza popolare, si attaglia benissimo al caso dei diffusori a dipolo e ne spieghiamo immediatamente il perché nel prossimo paragrafo.

Il sistema dipolare


Figura 3
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Un sistema dipolare, come le Magneplanar, è fondamentalmente costituito dall’insieme di due lamine che si fronteggiano poste parallelamente a brevissima distanza tra di loro. Nello schema rappresentato qui in alto osserviamo una sezione sagittale delle due lamine (vista laterale) in modo da comprenderne la struttura macroscopica ed evidenziare le reciproche posizioni delle due lamine. Nota bene: le immagini e le relative descrizioni desiderano indicare solo concettualmente le modalità di funzionamento del diffusore, la cui realizzazione pratica si discosta sensibilmente dalle schematizzazioni qui riportate, schematizzazioni che, per motivi di chiarezza espositiva, sono state volutamente semplificate al massimo.


Figura 1
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La prima lamina, robusta ma leggerissima e composta di materiale isolante, è mobile ed è incollata ad un lungo filo elettrico nel quale scorre corrente (quella proveniente dall’amplificatore di pilotaggio). Nello schema in alto a sinistra, osserviamo la lamina mobile vista dall'alto, con il filo elettrico in nero. La seconda lamina è fissa e rigida e supporta numerosi magneti, piccoli, potentissimi, disposti simmetricamente e opportunamente collocati e orientati. Al variare del segnale inviato al lungo conduttore elettrico - solidale alla prima lamina - si genera un campo magnetico che, congiuntamente a quello stazionario dovuto ai molteplici magnetini solidali alla lamina fissa, porta le due lamine stesse ad attrarsi o a respingersi in maggiore o minore misura, in dipendenza della polarità e della intensità del segnale applicato: in altre parole esse vibreranno una rispetto all’altra al ritmo imposto dalla tensione di pilotaggio. La lamina mobile, con il proprio movimento determina una compressione o una depressione dell’aria, generando così un suono che dipende dalla tensione applicata: in altre parole, si è in tal modo realizzato un altoparlante in grado di trasdurre un potenziale elettrico in un suono.


Figura 2
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Perché il suono possa uscire all’esterno e non vi siano fenomeni di compressione o di rarefazione che ostacolino il libero movimento della lamina, lo statore (così viene tecnicamente indicata la lamina fissa che supporta i magnetini) deve essere opportunamente forato. Il suono si presenta sia davanti sia dietro al pannello, determinando in tal modo la cosiddetta emissione dipolare. Purtroppo, proprio a seguito di tale doppia emissione (in ogni istante se l’aria viene nella parte anteriore del dipolo spinta in avanti e pertanto compressa, nella parte posteriore subisce una decompressione e viceversa) si crea una sorta di cortocircuito acustico che risulta particolarmente sensibile alle frequenze più basse della gamma audio. Ecco delineato il fondamentale limite dei diffusori a emissione dipolare: il cortocircuito acustico, che interviene in modo sensibile allorquando le dimensioni del pannello sono piccole in rapporto alla lunghezza d’onda del suono e dunque in corrispondenza dei suoni più gravi, limita grandemente le prestazioni all’estremo inferiore della banda audio.

A seguito di questa spiegazione del principio di funzionamento di un diffusore Magneplanar, dovrebbe apparire evidente quale enorme vantaggio si raggiunge ampliando la superficie della lamina irradiante: innanzitutto le sue maggiori dimensioni consentono di muovere una massa d’aria più importante, la qualcosa implica la capacità di gestire grandi volumi sonori anche a frequenze molto basse. Ma non basta: la maggiore superficie del pannello radiante sposta verso i suoni maggiormente gravi il fenomeno del cortocircuito acustico. Alla luce di queste considerazioni si può ben dire che per un dipolo a lamina vibrante davvero la grandezza è già mezza bellezza. Nota bene: anche un dipolo costituito da un ampio supporto che sorregge un altoparlante in aria libera si avvantaggia della maggiore superficie del supporto, ma nel caso delle Magneplanar il risultato viene ulteriormente accentuato, per la contemporaneità di due vantaggi, essendoci, in concomitanza alla maggiore superficie schermante anche un analogo accrescimento di quella radiante. Si potrebbe dunque, in forza delle affermazioni precedenti, desiderare di ampliare, ipoteticamente all’infinito, le dimensioni del pannello: il cuore direbbe sì, ma la logica impone delle ferree limitazioni. Ne parliamo nel prossimo paragrafo.


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La risonanza della membrana

La risonanza della lamina, che vibrando emette il suono, è un fenomeno che diviene sempre più gravoso al crescere delle dimensioni della lamina stessa e che pertanto impedisce di ipotizzare dimensioni iperboliche del sistema. Non si stenta a immaginare che la risonanza di una membrana di ampie dimensioni è funzione della forza con la quale viene tensionato il pannello. Il problema a tal riguardo nasce dalla necessità di dover scegliere un giusto compromesso tra due opposte esigenze: infatti, per evitare che la frequenza di risonanza cada in banda audio, bisognerebbe tendere poco il pannello, allo scopo di abbassare la frequenza critica e portarla nel range degli infrasuoni, mentre dall’altro lato sarebbe opportuno evitare che una bassa tensione della membrana consentisse alla stessa di formare un’ampia pancia che facilmente potrebbe nel suo moto urtare contro lo statore, la cui distanza non può essere maggiorata più di tanto, pena la riduzione del campo magnetico e il conseguente abbattimento della efficienza. Inoltre, è opportuno evidenziare che la risonanza della lamina vibrante comporta, oltre alle problematiche su accennate, anche una scorretta riproduzione dei suoni più gravi: infatti, indipendentemente dalla frequenza del segnale di pilotaggio, purché essa sia prossima a quella di risonanza della membrana, quest’ultima, una volta che è stata così eccitata, tende a vibrare alla propria frequenza di risonanza e non più a quella del segnale di pilotaggio. Tale fenomeno, detto in gergo ‘basso continuo’ o anche ‘effetto juke box’, inquina irrimediabilmente la riproduzione della parte grave dello spettro audio con l’emissione di suoni di fatto non correlati con il messaggio musicale. 

Dunque, in un pannello di grandi dimensioni - che non dimentichiamolo è la scelta principe per assicurare una corposa riproduzione anche delle frequenze più gravi della banda audio - la inevitabile risonanza del pannello stesso è un gran bel guaio. Ecco che a questo punto, per minimizzare il problema, il progettista delle Magneplanar ha scelto di suddividere, sotto il profilo funzionale, la membrana in tante piccole frazioni (suddivisione ottenuta bloccando la lamina vibrante in diversi punti strategicamente individuati) in modo da non avere più un’unica risonanza particolarmente pronunciata, bensì più fenomeni di minore entità e spalmati opportunamente nella zona a frequenze più basse della gamma audio. Anche le Magneplanar più piccole adottano lo stesso stratagemma, ma nel caso della 30.7 il lavoro di ottimizzazione è risultato ovviamente molto più gravoso: solo una attenzione maniacale, quale indubbiamente è stata riservata dal costruttore al suo prodotto di punta, ha consentito di controllare al meglio il fenomeno evitandone praticamente del tutto i risvolti negativi sul suono. 


Wendell Diller, numero uno della Magnepan
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L’interfacciamento delle 30.7 con l’amplificatore e l’ambiente

Meglio dirlo subito, senza girare intorno al problema: interfacciare la 30.7 non è assolutamente semplice. Affrontiamo l’argomento partendo dall’esaminare le problematiche inerenti la scelta della amplificazione adatta. Ben sappiamo che due sono i parametri del diffusore che influenzano tale scelta e precisamente l’andamento della impedenza dell’altoparlante e la sua efficienza. Purtroppo il grosso sistema Magneplanar non solo costituisce un carico nient’affatto semplice, quanto per giunta è caratterizzato da una sensibilità davvero limitata.

Partiamo dall’andamento della impedenza: non l’abbiamo misurata, ma ci sembra invero eccessivamente ottimistico il dato fornito dalla casa madre di 4ohm, resistivi e sostanzialmente costanti su tutta la banda audio. Nei nostri test di impiego pratico, abbiamo constatato che un amplificatore incapace di gestire i carichi più bassi, da 4ohm in giù, è assolutamente inadeguato nel fornire un pilotaggio autorevole al sistema: per carità, anche in caso contrario, il suono viene fuori lo stesso liquido e dettagliato, ma risulta sostanzialmente privo di quell’impatto e di quella articolazione della gamma bassa di cui il trasduttore è indubbiamente capace. Molto oculatamente la Magneplanar consiglia di scegliere le amplificazioni la cui potenza raddoppia o quasi al dimezzarsi del carico: quindi, paradossalmente, un amplificatore da 100W su 8ohm e 200W su 4ohm è ok, mentre un altro da 150W su 8ohm e 200W su 4ohm, molto probabilmente, non è adatto (infatti, una scarsa crescita della potenza al diminuire del carico potrebbe essere un segnale di insufficiente dimensionamento degli stadi finali e/o dell’alimentazione). Dopo aver riflettuto sulla capacità di erogazione richiesta in corrente al finale impiegato per il pilotaggio, affrontiamo le problematiche relative alla sua potenza: in merito a quest’ultima, seppure 100W di qualità eccelsa potrebbero bastare, abbondare di certo non guasta. Infatti la sostanziale mancanza di colorazione del suono, la pronunciata micro dinamica e in generale la piacevolezza della riproduzione, tutte qualità insite nel DNA delle 30.7, portano ad ascoltare a volumi sostenuti, senza nemmeno rendersene conto: questo è un gran complimento per il diffusore, ma è anche un oneroso impegno per il componente che lo pilota. 

Un cenno ora all’interfacciamento con l’ambiente. È fornita una serie ben nutrita di suggerimenti per un posizionamento ottimale sul sito del costruttore; rimandiamo pertanto alla sua consultazione gli interessati che volessero saperne di più. Qui ci limitiamo a dare delle indicazioni di massima. Le dimensioni della sala d’ascolto devono possibilmente andare da un minimo di 40/45 metri quadrati fino a un massimo di 80/100; è inoltre opportuno che la sua altezza non sia inferiore ai 3 metri, meglio se di più. Le motivazioni alla base di tali consigli sono presto dette: dovendo i pannelli essere convenientemente distanziati dalla parete di fondo (minimo 2/2.5 metri) e da quelle laterali (minimo 80/100 centimetri) e anche ascoltati a una distanza non inferiore ai 4/5 metri, un’estensione di 40 metri quadrati è davvero il minimo. D’altro canto, benché il sistema non sia particolarmente avaro riguardo al massimo livello sonoro emesso, siamo in ogni caso al cospetto di un diffusore che in termini di macrodinamica (la micro dinamica è sempre spaventosamente corretta, per non dire esaltante) esibisce qualche limitazione se portato oltre la zona di piena linearità e ciò impone di non esagerare nelle dimensioni del locale, pena un impatto e un’articolazione in basso che potrebbero deludere, almeno con alcuni generi musicali particolarmente impegnativi in relazione a questi parametri. Alla luce di tali considerazioni riteniamo il limite dei cento metri quadri centrato, anche se non del tutto invalicabile. Infine il soffitto, se troppo basso, funge da specchio sonoro nei confronti della emissione del diffusore, la quale, stante anche il considerevole sviluppo verticale del pannello, si proietta in buona misura pure verso l’alto: dunque molto meglio, come su accennato, non scendere al di sotto dei 3 metri per evitare che un pregio, il notevole sviluppo dell’immagine nelle tre dimensioni, si trasformi in uno svantaggio.
Un fenomeno inaspettato… 


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Una ultimissima osservazione di ordine pratico-operativo. Grazie a una serie di prove effettuate in ben tre differenti installazioni dei grandi pannelli della Magneplanar 30.7 abbiamo rilevato un fenomeno inaspettato, cui però, con il senno di poi, sono state ben comprese le motivazioni teoriche. Ecco di cosa si tratta. In più di un caso, abbiamo  constatato che variare la fase assoluta nel collegamento dei diffusori comportava delle differenze soniche ben più marcate di quelle riscontrate con diffusori basati su una tipologia differente: ciò è facilmente spiegabile e tutto sommato potevamo attendercelo. Quello che invece ha costituito una inaspettata novità è stato il constatare che in alcune installazioni il suono risultava più pieno e realistico collegando i diffusori con polarità invertita rispetto alla giusta fase assoluta. La motivazione teorica del fenomeno è la seguente: partecipando consistentemente al suono totale anche la emissione posteriore del diffusore, che giunge alle nostre orecchie grazie alle varie riflessioni soprattutto quelle della parete di fondo, la combinazione del suono diretto e quello riflesso comporta avvallamenti e picchi dipendenti dalle relazioni dimensionali in gioco. Poiché è estremamente difficile, se non addirittura impossibile, determinare a tavolino gli esiti ultimi di tali riflessioni, il nostro consiglio è quello, una volta ottimizzata la posizione in ambiente dei diffusori, di provare a invertire la fase assoluta. Le differenze in genere sono più che significative, tanto da poter scegliere senza incertezze e/o successivi ripensamenti la connessione che garantisce le migliori sonorità.