Hi-Fidelity Roma Autunno 2025 - Prima parte

Fabio Angeloni, Fabio Sacchieri 25 Febbraio 2026 Home Theater

Con colpevole ritardo, dovuto ad un grave problema informatico, abbiamo riscritto la prima parte dell'articolo dell'ultimo Hi-Fidelity romano, con l'auspicio che la troviate interessante. La seconda parte è in arrivo a brevissimo.


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SOMMARIO

 

Intro

Dopo 23 edizioni romane e 58 in Italia che si sono susseguite negli anni, è davvero arduo trovare un appassionato che ancora non conosca l’Hi-Fidelity. Si tratta di una manifestazione italiana che coinvolge la gran parte dei marchi di settore che privilegia questo canale di comunicazione diretta con il pubblico. Un luogo dove questi oggetti possono non solo essere ammirati, ma anche toccati e soprattutto ascoltati: talvolta viene consentito agli appassionati dagli espositori di ascoltare nelle sale anche i loro brani di riferimento.

La sede del più grande evento del genere nel Centro-Sud Italia è da anni la medesima, il Mercure West Roma Hotel, in zona Spinaceto, e per fortuna i luoghi consentono ai visitatori di trovare agevolmente un parcheggio per la propria auto negli immediati paraggi.

La struttura della mostra prevede la piena occupazione del piano meno uno, con sale particolarmente ampie ed accoglienti, ma anche di livelli diversi, con salette ricavate dalle stanze abitualmente destinate ad ospitare gli occupanti dell’albergo. Al piano terra si trova un ristorante, punto di ristoro utile a chi - anche per guadagnare tempo - non voglia allontanarsi dal plesso, ma anche un bar. All’ingresso della mostra dei gentili addetti consegnavano materiale utile ad orientarsi nei corridoi.

La linea filosofica seguita da sempre dal fondatore, Stefano Zaini di The Sound Of The Valve (TSOTV, acronimo che strizza l’occhio al noto TDSOTM) è sempre la medesima: offrire un evento di grande qualità sottraendo ai visitatori l’onere di pagare un biglietto di ingresso, differentemente da quanto si fa quasi sempre all’estero.

E quindi il 15 e 16 novembre 2025, come accade in ogni edizione, siamo tornati a trovare Stefano, tanti espositori ed operatori del settore e numerosi amici che ormai costituiscono un piacevole punto fermo.

Sì perchè la profondità dell'evento non è data solo dai corridoi che caratterizzano la struttura delle sale della fiera e dalle lunghe sale che troviamo in giro, ma è data dalla passione che si respira sin da fuori, quando noti che gruppi di amici si erano dati appuntamento davanti all'hotel. Mentre eravamo fuori, pronti ad avviare la nostra giornata audiofila, non potevamo non notare calde strette di mano e saluti tra amici, subito seguiti dalle esaustive teorie di informazioni su elettroniche e diffusori, vinili e brani. Eravamo in presenza di una vera passione con funzioni aggregative. 

Bando alle ciance: è tempo di fare ingresso nel tempio dell’Hi-Fi(delity).


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Cyrus Audio - Exhibo

Appena l’evento ha aperto le porte al pubblico, la nostra prima tappa è stata la sala di Cyrus Audio e KLH organizzata da Exhibo.

Una volta varcata la soglia, trovavamo la sala già gremita: il pubblico, affascinato, si era naturalmente raccolto davanti all’impianto in funzione, come richiamato dalla musica che si diffondeva dappertutto. L’atmosfera era quella di chi sapeva di stare lì per ascoltare qualcosa di davvero speciale. L’impianto in questione vedeva protagonisti gli speaker KLH Model 5, pilotati dall’integrato T+A Sinfonia in Classe D, capace di erogare 250 watt per canale, con sorgente digitale gestita da un PC.

In attesa che si liberasse qualche posto, ci siamo concentrati a visionare un secondo impianto (spento, ma con display illuminati) per valutare il nuovo form factor presentato da Cyrus che ha ormai superato le 40 candeline dalla commercializzazione del suo primo speaker. La nuova serie 80 a larghezza piena di Cyrus Audio, lanciata da pochissimo, sembra costituire una novità davvero dirompente per il marchio, in quanto si presentavano al pubblico i primi componenti HiFi a dimensione standard dopo decenni di un acclamatissimo design compatto, a mezza larghezza, che aveva fatto proseliti ed aveva attirato l'attenzione di altri marhci, interessati allo specifico form factor.


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Durante questa esplorazione siamo stati accolti dal Product Specialist di Cyrus Jason Saxan che il suo piacevole british speaking ci ha illustrato brevemente le macchine che stavamo osservando. Apprezziamo sempre la sana passione proattiva che queste figure fanno trasparire alle fiere, in quanto evidenzia l’orgoglio che ogni brand deve mantenere vivo nel presentare i propri prodotti al grande pubblico. Da lui non abbiamo ascoltato il classico discorsetto mandato a memoria a beneficio dei questuanti, ma parole e concetti pronunciati con una spontaneità rara, per il piacere di condividere qualcosa che ben si conosce e che davvero è un tutt’uno con la persona. 

Appena trovato posto, abbiamo iniziato l’ascolto dell’impianto in funzione. Questa era una di quelle sale in cui fin dai primi secondi ci si rendeva conto del fatto che l’acustica non stava giocando a favore del set. Gli speaker erano di buon litraggio, in grado di riempire lo spazio con autorità. E infatti la prima impressione era che avessero del potenziale, con una presenza fisica che prometteva corpo e una certa maturità timbrica. Ma appena veniva riprodotta La Canzone di Marinella nella versione di Fiorella Mannoia, tutto questo potenziale sembrava costretto a scendere a compromessi per via di una sala che non collaborava a realizzare il risultato finale auspicato. La scena era sorprendentemente bassa, come se il fronte sonoro non riuscisse a sollevarsi oltre rispetto all’altezza delle teste degli ascoltatori seduti. Le voci, entrambe, quella principale e quella fuori campo, venivano proposte in avanti in modo molto marcato, fin troppo, quasi come se qualcuno avesse spinto l'immaginario fader del canale vocale un paio di tacche oltre il dovuto. Si trattava di un avanzamento che non risultava freddo, anzi: la timbrica rimaneva abbastanza naturale, non c’era quella punta metallica che a volte emerge in catene più analitiche. Però non si raggiungeva l’equilibrio. Le voci arrivavano dritte, dirette, mentre tutto ciò che dovrebbe stendersi dietro, strumenti, armonici, ambiente, restava indietro e quasi schiacciato. Il resto non aveva la forma immaginata.


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Andava poi considerato il fattore interattività con la sala. Si trattava di una sala oggettivamente difficile: tanta gente, movimenti continui, un rimbombo che ritornava sui passaggi vocali e li trasformava in qualcosa di simile a un’eco poco controllata. Eravamo in un ambiente non trattato, a parte due tappeti in moquette nelle due fasce di ascolto. Le risonanze erano pronte a mordere. Il risultato era che le voci, già di loro avanzate, con il caos del pubblico sembravano quasi dei richiami, più che un elemento integrato nella scena musicale. Il resto delle frequenze faticava ad emergere: il medio restava impastato, il basso — quando provava a farsi sentire — sembrava più un blocco che una linea. Era una di quelle situazioni in cui, pur sapendo che l’impianto era lì, non riuscivi a dire davvero chi fosse.

È stata in ogni caso un’esperienza comunque piacevole, grazie soprattutto alla breve chiacchierata con Jason, perché è così che un brand riesce a farti sentire coinvolto, accolto, ascoltato. Siamo usciti dalla sala pensando che l’ascolto non era stato quello che ci si sarebbe potuti attendere da un impianto di quel lignaggio, ma era valsa la pena della visita per via dell’incontro, che in una fiera può arrivare a valere altrettanto ed anche di più.

Interessante sembrava essere anche l'impianto con diffusori Canton Reference 5 GS Edition, proposte in modo statico, nel momento in cui eravamo in sala.


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Marco Serri Design

Marco Serri Design è un nome nuovo nella fiera Hi-fidelity. Si tratta di un piccolo laboratorio artigianale italiano con sede a Modena che progetta e realizza diffusori ad alta fedeltà. I suoi altoparlanti ibridi uniscono tecnologia magneto-planare e woofer dinamici. Era presente Faber’s Cable, del solito e onnipresente Fabrizio Baretta, che produce a mano cavi hi-fi di segnale, potenza e alimentazione ed elettroniche rare e preziose. Attratti dal mix, siamo entrati.

Facendo ingresso nella sala, abbiamo notato subito diffusori dal curioso form factor. Erano le Modena 0.5, diffusori compatti studiati per offrire prestazioni da mini–monitor muscolare. La sorgente era il giradischi Avid Acutus, mentre la sezione di preamplificazione phono era affidata al consueto maghetto GM Audio GM_Phono v3.0.

Il primo brano riprodotto era Celestial Echo di Malia & Boris Blank tratto da Convergence, decisamente elettronico, con quella lucentezza digitale che rendeva subito chiaro che non sarebbe stato facile giudicare appieno la timbrica dei diffusori. Eppure, anche in questo contesto un po’ artificiale, emergevano subito alcune qualità: c’era una bella profondità nella scena, il medio basso aveva presenza, si percepivano le vibrazioni e il corpo del suono, e il woofer di generose dimensioni regalava un’ampiezza davvero notevole. C’erano però alcune code di risonanza nella stanza, e nel complesso l’ascolto restava freddo, quasi asettico: il digitale si faceva sentire, e il volume, un po’ alto, amplificava tale sensazione.

Si passava a La Donna Cannone di Mannoia tratta dal lavoro con Danilo Rea Luce, e qui la magia iniziava a farsi più chiara. Il pianoforte prendeva vita: finalmente si percepiva l’anima del diffusore, con la capacità di raccontare le sfumature dello strumento. La dinamica della voce della cantante era ottimamente riprodotta: le variazioni di tono, le salite e i cali, tutto era naturale e convincente. Il diffusore mostrava però una certa direzionalità ed un medio alto sicuramente protagonista: anche spostandosi in una zona più centrale alla ricerca dello sweetspot: l’esperienza migliore restava sempre circoscritta a quel punto preciso della stanza.

Era il turno di Geoff Castellucci con la sua profondissima in The Sound Of Silence che fa tremare di paura i woofer. E quando arrivavano i brani con basse frequenze profonde, si notava il grande lavoro che erano in grado di svolgere: il driver scendeva con autorità, controllato, senza mai eccedere o impastare. Era un basso preciso, presente ma equilibrato, che dava corpo alla musica senza travolgerla. Complessivamente, le Modena 0.5 davano l’impressione di avere il pieno controllo della riproduzione: dettagli, dinamica e gamma bassa erano ben gestiti, anche se permaneva quel lieve senso di freddezza dovuto al carattere un po’ digitale del programma scelto, con un medio alto un po’ troppo egocentrico.

In definitiva, la sala mostrava diffusori che sapevano restituire la musica con ampiezza e precisione, ma che richiedono attenzione nel posizionamento e nel volume da erogare: se si eccede, la naturalezza sfuma. Mantenendo il giusto equilibrio, si percepisce un diffusore capace di emozionare anche chi ama ascoltare con orecchio critico e attento.


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Hifi Di Prinzio

Entrando nella sala di Hifi di Prinzio, si percepiva subito un approccio educativo: il mediatore tecnologico era attento, chiaro, capace di raccontare non solo l’impianto ma anche il brano che stavamo ascoltando e venivano spiegate con pazienza le differenze tra le varie curve di enfasi, le logiche esistenti dietro al suono e per la sua corretta diffusione nello spazio. Curioso è stato apprendere che si tratta della stessa persone che cura i reel su Facebook: la passione traspariva. Non solo marketing, ma pura condivisione di conoscenza. Il pre-phono, con la possibilità di impostare le curve di enfasi, già prometteva ascolti mirati, personalizzati, sofisticati.

Il giro nella sala era stato breve ma intenso: l’impianto principale con elettroniche McIntosh era momentaneamente spento. L’ascolto avveniva quindi su una catena alternata, con giradischi equipaggiato da un pre phono Faber’s Cable con curva RIAA personalizzata. I diffusori in riproduzione erano le QLM Signature, impegnate su un brano con sax e organo Hammond, alimentate da una coppia di elettroniche Accuphase (pre + finale), con a monte un lettore di rete Lumin. Presente anche il loro caratteristico alimentatore esterno multistadio, il solito con i tre bellissimi display frontali.

Successivamente si è passati all’ascolto da nastro con un Revox ATR-49 e un Revox B77. La registrazione era buona ma non eccellente, non un master, ma un brano sufficiente per mostrare ciò che un reel-to-reel (registratore a bobine aperte) sa fare su jazz leggero. In questa configurazione suonavano due finali valvolari, ma le bobine utilizzate non convincevano: la scena era corretta, alta e poco ariosa, ma la gamma bassa praticamente assente. In ogni caso l’immagine rimaneva stabile, ma il coinvolgimento non decollava. Cambiato il brano con Limehouse Blues, l’atmosfera cambiava: qui entrava in gioco il fascino del vintage. Il calore era palpabile, il ritmo subiva quella lieve contaminazione tipica delle registrazioni analogiche, ma la velocità della riproduzione regalava un senso di urgenza e di brio, come se l’insieme respirasse dal vivo. Era la magia del nastro: non c’era dettaglio mancante, ma il carattere prendeva il sopravvento, grazie a quel fascino della meccanica che regalava una propria vita al suono.


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Il confronto è proseguito col vinile, utilizzando PlanB3 LP Reference e un piatto con testina dedicata. Purtroppo l’introduzione di Mino, svolta a voce molto bassa, e il brusio di sala non aiutavano né la comprensione della presentazione né l'ascolto: problemi che si determinano quando l’affluenza è massiccia e la caratura del mediatore tecnologico al di sopra di ogni sospetto. Durante l’ascolto del disco appariva subito evidente che aveva visto molte fiere: trasmetteva quell’immancabile scoppiettio che lo faceva subito risultare familiare agli audiofili. Ain’t No Sunshine irrompeva nella stanza e il set sorprendeva per la splendida capacità di restituire la tromba con calore, ma senza sacrificare i microdettagli del soffio del fiato, l’escursione completa dello strumento restava nitida e convincente. La scena si apriva con ampiezza, sorprendentemente larga considerando le dimensioni contenute delle piccole Qlm: il medio basso non risultava aggressivo né invadente, mantenendo incisività controllata, equilibrata, ben bilanciata. La profondità scenica c’era, e nonostante il litraggio ridotto dei diffusori, si percepivano un’aria e una tridimensionalità davvero notevoli.

La catena alternativa prevedeva un finale Absolute Audio Analogue Reference, un poderoso 845 in triodo da 100 W, preceduto da un curioso dispositivo antistatico: un piccolo box di plastica con doppia luce verde, posizionato dietro il giradischi, che riduceva le cariche elettrostatiche durante la lettura del solco.


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Tornando al vinile, il contrasto era evidente: si guadagna in precisione e dettaglio, le micro-informazioni emergevano con chiarezza, ma si perdeva quel calore e quella naturale velocità vintage che rendevano l’ascolto così affascinante. Ogni supporto ha la sua personalità, e l’impianto riusciva a raccontarle entrambe con coerenza e musicalità. Questo ci è apparso un fatto positivo, nel segno della trasparenza.

In sintesi, Hifi di Prinzio non è stato solo ascolto, ma anche una piccola lezione di musica e tecnica: ogni brano, ogni supporto, ogni scelta dei diffusori o dell’elettronica veniva raccontata e messa in evidenza con onestà, e per chi ama capire e sentire il carattere dei diversi strumenti e delle diverse sorgenti, si è trattato di un’esperienza che resterà impressa a lungo.


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Luxury Audio

Ed eccoci ad un altro nome noto della fiera. Luxury Audio di Alfredo Scauzillo. Il primo impatto era molto neutro, sia per la temperatura reale della stanza che per l’atmosfera generale: nessuna spiegazione da parte del mediatore tecnologico, poche persone in giro e ci si trovava subito davanti all’impianto senza alcuna introduzione. Nessun trattamento ambientale, al di là di uno spesso tappeto rosso la cui funzione non poteva essere così efficace. L’impianto era costruito attorno a una catena di alto profilo che comprendeva diffusori Estelon X diamond Mk2 e cablaggio Siltech, con amplificazioni Accustic Arts Power II, lettore cd/Streamer Burmester CD151 e DAC Accustic Arts CD Player IV

Il brano di apertura era Too Proud di Mighty Sam McClain, una traccia semplice, con pochi strumenti impegnati, quasi minimalistica. Questo rendeva l’ascolto chiaro, lineare, ma già dai primi secondi si percepiva come un senso di assenza. La riproduzione era equilibrata, senza evidenti sbilanciamenti, la potenza c’era sicuramente ma mancava quel senso di vitalità che cattura: il dettaglio era corretto ma non incisivo, il basso c’era ma non sorprendeva quanto a profondità e consistenza. La dinamica era lineare, pulita, ma non travolgeva. Insomma, tutto corretto, ma mancava un’identità sonora, quel marchio di fabbrica che ti fa riconoscere un diffusore anche ad occhi chiusi.

Si cambiava brano con Snegurochka (The Snow Maiden): Dance of the Tumblers della Minnesota Orchestra. Qui si andava sul difficile. Bravi e coraggiosi! Si cominciava a percepire meglio la scena: ampia, profonda, tridimensionale se ci si posizionava esattamente nello sweet spot centrale. Non c’era nulla che disturbasse l’ascolto, nessuna sbavatura, nessun acuto fastidioso, ma ancora una volta il diffusore riproduceva senza emozionare: suonava corretto, pulito, potente, ma mancava quella scintilla che ti fa rizzare i peli sulle braccia. La riserva di potenza era evidente, ampia, generosa, ma il set non sembrava sfruttato a pieno.


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Passando a Vois sur ton chemin di Les Choristes, la situazione non cambiava: linearità impeccabile, scena stabile, assenza di distorsioni, ma ancora nessun momento che facesse fermare l’orecchio o il cuore. Anche su Abbassando (Il pendolare) degli Avion Travel, la voce era lineare, il basso finalmente più pieno e profondo, la scena ben delineata, ma la sensazione di emozione continuava a sfuggire.

In sostanza, Luxury Audio presentava un impianto che faceva tutto correttamente, senza cadere in errori o difetti evidenti: equilibrio, linearità, controllo del basso e della scena c’erano tutti. Ma era proprio questa perfezione a renderlo come alieno. Non ti prendeva, non ti trascinava: riproduceva, ma non raccontava. Per un audiofilo in cerca di dettaglio, coerenza e affidabilità questo può risultare rassicurante, ma chi mirava a coinvolgimento emotivo, a provare quel brivido di musica che ti entra dentro, restava con la sensazione che mancasse qualcosa.


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Cinema & Sound

Entrando nella sala Cinema & Sound di Nando Iervolino e Antonio Guarino, si percepiva subito che il focus era tutto sulla scena e sul dettaglio. Il sistema si basava sui diffusori Oephi Reference 3.5, un modello a tre vie e mezzo dotato di tweeter a nastro realizzato su misura e di driver Purifi sviluppati secondo specifiche dedicate. La parte digitale era affidata allo streamer Xact S1 connesso allo switch Xact N1. La conversione era gestita dal DAC Lampizator Poseidon che - come sempre - letteralmente giganteggiava nella sala, con presenza scenica e timbrica davvero encomiabili, mentre il cuore dell’amplificazione apparteneva al mondo Circle Labs, con una catena composta dai modelli V1000, P300 e da due unità M200 disposte una sull’altra. La cablatura era interamente firmata Oephi, scelta dettata dalla volontà di garantire coerenza timbrica e la massima sinergia con i diffusori.

Il primo brano, tratto da E cammina cammina (Live) di Peppe Barra, lo confermava in pieno. Qui la scena era davvero bellissima: ampia, ordinata, definita, con un senso di tridimensionalità che catturava all’istante. La voce del cantante non era solo presente, era anche perfettamente centrata, alla giusta altezza: sembrava di avere l’artista di fronte, a pochi metri. La chitarra si posizionava accanto a lui, mentre gli altri strumenti occupavano lo spazio giusto, ciascuno nel suo posto, senza confuse sovrapposizioni. Non ci saremmo aspettati nulla di diverso da due professionisti come loro. Il medio basso, però, restava un po’ timido. La voce del set non mancava di corpo, ma appariva leggermente in secondo piano rispetto alle voci principali, e questo faceva sì che l’orecchio percepisse una chiara gerarchia tra strumenti e cantato. Non è un difetto: in una sala viva, con ritorni e riflessioni, questo timido rinforzo del medio basso evita impasti e confusione, mantenendo leggibilità e definizione.


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Si passava a Morning Bird di Sade, un brano più intimista con pianoforte, voce e pochi strumenti di accompagnamento. La scena continuava a stupire: ampia, profonda, ben definita. La separazione tra i piani sonori era netta, forse anche troppo, e creava un senso di distanza che donava profondità ma a tratti faceva percepire gli strumenti come un po’ scollegati. Il dettaglio, però, era straordinario: ogni sfumatura emergeva senza sfociare in freddezza o sterile analiticità. Anche qui, il medio basso restava contenuto, ma funzionava: evitava di gonfiare la stanza e manteneva la musica coerente e pulita. La vera protagonista del set era senza dubbio la gamma medio-alta e la gestione della scena: la magia avveniva lì, con strumenti e voci perfettamente leggibili e credibili nello spazio. Non volevamo né riusciamo ad uscire (complice anche la cospicua folla che si era accalcata dietro di noi). Ci siamo quindi rassegnati ad essere felici prigionieri di quell'autentico spettacolo.

Arrivava poi St. James Infirmary di Baba Blues, e finalmente il carattere del diffusore si manifestava appieno. Qui c’era tutto: voci dense e presenti, scena ampia e tridimensionale, dettaglio cristallino. Un ascolto che impressionava, forse persino un po’ troppo, perché il diffusore tendeva a mettere in evidenza ogni micro-informazione, lasciando percepire ogni respiro, ogni risonanza, ogni piccola sfumatura del brano. Per chi ama il dettaglio e la chiarezza, era un paradiso; per chi cercava il flusso musicale senza sentirsi guidato da ogni micro-evento, poteva risultare quasi opprimente. Abbiamo avuto il fondato sospetto, riascoltando il brano poi con attenzione, che più che in altre occasioni, la colpa o il merito fosse ascrivibile alla natura del brano, più che alla voce del set, perché ben sappiamo tutti che è piuttosto difficile distinguere, se non si conosce bene il software in ascolto…

In sintesi, Cinema & Sound regalava un ascolto da manuale sotto il profilo scenico e della gamma medio-alta: definizione, profondità e posizione degli strumenti erano eccezionali. Il medio basso contenuto non era un limite, ma una scelta che aiutava la chiarezza. Se cercate un diffusore che sappia raccontare l’esecuzione con precisione chirurgica e tridimensionalità, qui la magia c’era tutta, anche se a volte la perfezione rischiava di rivelarsi troppo “visibile” rispetto all’emozione globale indotta dal singolo brano.


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Gruppo Garman

Garman ci offriva una pausa dall’ascolto solo stereofonico. Il set multicanale e audio video attirava sempre frotte di persone che si accalcavano all'ingresso nell'attesa di entrare, anche se non erano riusciti a registrarsi per tempo per una specifica sessione, segno del grande interesse nutrito per questo tipo di impianti. Fare ingresso nella sue sale è un po’ come compiere un tuffo nella stanza dei sogni di qualsiasi appassionato di home cinema, visto che ogni volta Gruppo Garman riesce a portare con sé le ultime novità nel settore. La sala prescelta era la stessa di sempre, in verità poco predisposta alla videoproiezione, avendo il soffitto bianco, le pareti gialle e un ambiente piuttosto schiacciato. Costituisce quindi la solita sfida che Fulvio Cecconi, deus ex machina di Garman, come ogni anno affronta serenamente con la sua squadra capitanata da Claudio Milana: imporre il buio e calibrare sapientemente audio e video. Eravamo quindi certi che come un saggio Hamish con tutta la squadra al seguito, dalla giornata del venerdì lo avremmo trovato a stringere viti, calibrare sintoamplificatori, tarare proiettori, spostare diffusori ed installare americane.

Il setup era semplice ed economicamente accessibile o, meglio, “quasi” economicamente accessibile, come spiegheremo più avanti. Due videoproiettori, un Epson QB1000 (new entry top di gamma per quanto riguarda l’Home Cinema) e un Epson LS9000 (sostituto, per linea di mercato, del glorioso TWH 9400) le ultime due novità. Diffusori composti da tutta la linea nuova Aria di Focal: Aria Evo X4 come frontali, Aria Evo X2 come surround e Aria Evo X come centrale. Le basse frequenze erano affidate a due sub di cui uno in controfase, posizionato nella parete posteriore Qacoustic QSUB 100. I diffusori erano pilotati dal ciclopico integrato multicanale Denon AVC A1H.


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La parte multicanale si posiziona nel range tra i 6.000€ e i 7.000€. I videoproiettori rispettivamente QB1000 (5.000€) e LS9000  (3.300€). Ma il pezzo da novanta era il Denon AVC A1H, oltre 6.000€ di sintoamplificatore AV tuttofare a 15 canali (ne processa fino a 15.4), con potenza di 150 W per canale (8 Ω, 20 Hz‑20 kHz) e supporto per configurazioni immersive fino a 9.4.6 (Dolby Atmos, DTS:X, Auro‑3D, IMAX Enhanced). 

Un po’ controcorrente, questa volta non erano stati installati speaker Atmos (malgrado il set lo consentisse), ma la scena restava sorprendentemente coinvolgente grazie alla corretta disposizione e alla dinamica di insieme. Le clip in dimostrazioni erano le stesse viste in altre occasioni, con estratti di film e bluray audio multicanale.


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Iniziavamo con esplorare l’Epson LS9000. Già al primo sguardo si capiva la differenza: luminosità stabile, temperatura colore perfettamente controllata, con 2.600 lumen dichiarati (che diminuivano sensibilmente, in modalità operativa). I pannelli LCD a modulazione di matrice full HD offrivano un rapporto di contrasto che passa da 1.000:1 a 6.000:1 rispetto al sostituito, migliorando profondità e dettaglio senza stridere. 

Prima scena: Star Wars VII. L’audio affidato al Denon reggeva bene trombe ed esplosioni. Il video, morbido ma convincente, mostrava un contrasto sicuramente superiore al glorioso TWH 9400, ma già dalla seconda fila si percepiva quanto il proiettore riusciva a dare respiro all’immagine, soprattutto in HDR dove il gamut copriva circa il 93% del DCI-P3. La frame interpolation, impostata in tre modalità, gestiva sapientemente i movimenti più rapidi, evitando scattosità.

Subito dopo veniva proposto il top di gamma QB1000: 3.300 lumen calibrati, matrice nuova generazione con contrasto triplicato rispetto al modello precedente grazie anche ad un contrasto dinamico che modulava la luminosità in base alle scene. Sullo schermo ancora Star Wars, e subito si notava la maggiore profondità della scena, la gamma dinamica ampliata, i neri più compatti che non andavano a detrimento del dettaglio nei riflessi più luminosi. Lo stesso valeva per Slow Horses, serie di Apple TV magistralmente offerta in 4K e HDR10+, dotata di una nitidezza strabiliante e colori convincenti. Un filo di capelli, un vestito, il legno della scrivania, tutto veniva restituito con una precisione che faceva dimenticare di essere in una sala dimostrativa.

Non veniva lasciato indietro nemmeno chi prediligeva l’audio: Lady in the Balcony: Lockdown Sessions di slow hand (al secolo, Eric Clapton), in formato bluray 4K HDR veniva riprodotto con cura. La sala, mediamente trattata, faceva percepire il sofisticato uso del rullante da parte di Steve Gadd, così come si notava il sapiente lavoro della spazzola che accarezzava il timpano: piccoli dettagli che rendevano l’ascolto vivo e soprattutto realistico.


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Conosciamo il setup e i suoi punti di forza: dal fronte video ci portiamo a casa sensazioni positive. Tanta luce erogata dal piccolo e discreto QB1000 che faceva esplodere i colori in modalità HDR grazie anche al buon tone mapping dinamico. La sala, purtroppo, con pareti e soffitto molto chiari, impattava il contrasto percepito alzando un po’ il livello del nero, ricreando fedelmente lo scenario vicino a quello delle più comuni realtà domestiche. Nulla da eccepire sulla vobulazione, almeno dalla terza fila dove eravamo posizionati. Ormai questo sistema di simulazione della risoluzione 4K ha raggiunto una incredibile maturità che solo ad un attento confronto side by side con un proiettore 4K nativo potrebbe far emergere delle differenze in termini di dettaglio. In generale, un ottimo benchmark. Dal fronte audio, anche se era stata operata una taratura, la posizione di ascolto è risultata determinante e vincolante, complice anche la presenza di tutto un sistema a torri, escluso ovviamente lo speaker centrale. Tutto il set era alimentato dal potentissimo Denon, uno degli amplificatori multicanale integrati più performanti presenti sul mercato. In definitiva, sul fronte audio, forse si era voluto fare il botto, diminuendo il coefficiente di paragonabilità degli ascoltatori rispetto alla parte video.

Fuori dalla sala, il via vai delle persone creava un’atmosfera quasi da anteprima cinematografica: chiacchiere, sguardi rapidi, attesa. Dentro, invece, eri completamente preso dall’immersività, tra laser, audio calibrato e immagini che sembravano respirare. È qui che si capiva perché una sala così non rappresenta solo tecnologia, ma passione, rispetto per il film e per la musica, e voglia di condividere un’esperienza senza compromessi. 

In definitiva la sala di Gruppo Garman rimane un’esperienza che, anno dopo anno, fa comprendere sempre meglio cosa sia l’home cinema e la miglior conferma è arrivata dalla calca delle persone che fremevano per entrare e dallo stazionamento del pubblico in sala, dalla quale - un po' imbabolato - nessuno avrebbe voluto uscire.


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MondoAudio

MondoAudio è un distributore italiano con sede a Bergamo specializzato in elettroniche e diffusori hi‑end. I principali brand importati/distribuiti sono: MSB Technology, Antipodes Audio, VAC, Boenicke, Duevel, Verity, Karan, Aerial, Ecosse, Exogal, oltre ai rack NEO. Entrando nella sala, la prima cosa che colpisce è il volume piuttosto basso e l’acustica della stanza, abbastanza assorbente. Tutto contribuiva a creare un ascolto delicato, quasi intimista, ma complicava il giudizio immediato sulle capacità del diffusore. Dal punto di vista del setup MondoAudio ci portava in fiera Music server: Antipodes Oladra, convertitore D/A: MSB Technology Cascade. Come amplificazione c'erano un preamp VAC Master con i suoi finali VAC Master 202 iQ mono, diffusori Boenicke Audio W8 – W11. I diffusori Boenicke W8 e W11 usano cabinet in legno massiccio fresato CNC, crossover di primo ordine e driver widebander. La loro caratteristica più interessante è la presenza di un secondo tweeter posteriore ambient e i woofer laterali, che insieme promettono una scena sonora tridimensionale e immersiva. La W11 aggiunge anche un woofer frontale regolabile, utile ad calibrare la gamma bassa rispetto all’ambiente.


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Il primo brano, Una Notte in Italia (Live “Vol. 1”) di Ivano Fossati, rivela subito il carattere del sistema: il diffusore è piuttosto direzionale, e la nostra posizione disassata faceva sì che la scena non si aprisse del tutto. Il dettaglio non era il punto forte del set, in questa primissima impressione: il basso non scendeva molto e la sensazione generale era di una riproduzione più intimistica che coinvolgente, ma comunque lineare, gustosa e in definitiva piacevole.

Trovavamo nuovi posti spostandoci verso il centro per ascoltare Photograph di Mark Murphy (Lucky to be me) e tutto cambiava leggermente. La scena ora appariva corretta: ampia, leggibile, anche se limitata dall’altezza ridotta e dalle dimensioni dei diffusori. Si percepiva un senso di profondità, ma non eccessivo. Cambiando brano con una registrazione probabilmente migliore, il diffusore mostrava una maggiore capacità di restituire micro-dettagli: la voce emergeva chiara, precisa, forse leggermente in avanti rispetto al resto degli strumenti, ma equilibrata e naturale, senza mai risultare invasiva. C’era una bellissima ambienza data probabilmente dai tweeter posteriori.

La dinamica rimaneva difficile da giudicare: i brani lenti e soffici non mettono in mostra grandi contrasti, ma si percepiva una discreta separazione tra il piano frontale e quello posteriore, un piccolo indizio della capacità del diffusore di gestire lo spazio e la profondità. Il medio e il medio basso risultavano abbastanza coerenti, anche se mancava quella spinta che in altri contesti potrebbe dare maggiore vigore alla musica. Probabilmente i brani non erano a valutare questo aspetto.con la giusta attenzione.

MondoAudio ci ha regalato un ascolto piacevole e non urlato, un diffusore capace di dare voce e scena con naturalezza, ma che richiede - come sempre, ci sentiamo di aggiungere - particolare attenzione nel posizionamento. La demo avrebbe necessitato di un mediatore tecnologico che proponesse brani più vivaci per poter dispiegare appieno il potenziale del set. Si apprezzavano di più la correttezza e la coerenza timbrica dell’impatto emotivo o della potenza scenica: un ascolto educato, raffinato, ma che lasciava intatto il desiderio di maggiori corpo e dinamica.


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Polaris Audio

Ci affacciamo da Polaris Audio e vediamo un proiettore di tipo business acceso. Siamo confusi e incuriositi e quindi entriamo subito a vedere. La stanza non aveva alcun trattamento acustico serio, se non un grande tappetone blu che evitava i riflessi di un pavimento in un gres particolarmente lucido. Il proiettore carosellava video musicali, senza però diminuire la concentrazione d’ascolto. Anzi, aggiungeva all’ambiente una connotazione piacevole. I diffusori erano dei Cabasse Murano Alto, imponenti ma non visivamente invadenti, pronti a mostrare il loro carattere, il DAC un Denafrips Terminator 15th (i cinesi arrivavano con i loro DAC R2R) ed infine il sempre splendido streamer Hifi Rose RS130.

Si partiva con il video di Amado Mio di Pink Martini ft. Storm Large. Brano complesso, pieno di strumenti e un ritmo quasi sudamericano. Finalmente un ascolto diverso, che metteva alla prova la coerenza del sistema e non si limitava a far cantare una sola voce su un tappeto troppo semplice per risultare probante. La separazione degli strumenti c’era, il ritmo filava, e la dinamica era sorprendentemente buona: c’erano accelerazioni e decelerazioni che facevano respirare la musica. Ma subito emergevano i problemi principali della sala: la risonanza e la saturazione. I picchi non avevano aria per espandersi, la riproduzione sembrava coperta da una sorta di cappa invisibile, come se la stanza si prendesse una parte della musica prima di restituirla. Questo limitava il respiro totale dei brani, soprattutto nei passaggi più densi, e rendeva difficile cogliere appieno la caratterizzazione delle Cabasse.


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Passando al reggae Guantanamera di Carlos Varela & Manuel Galbán, la situazione si confermava. Il ritmo era buono, la dinamica manteneva la sua piacevole energia, ma la saturazione ambientale continuava a interferire: la musica non riusciva a muoversi libera, i transienti perdevano incisività e le pause respiratorie dei brani venivano leggermente appiattite. Nei passaggi più semplici e meno orchestrati, invece, emergeva il dettaglio: la precisione dei timbri era buona, non esasperata, e si percepivano sfumature di strumenti e micro-informazioni che in altri contesti sarebbero state ben più evidenti. La sensazione dominante era che la sala stese togliendo qualcosa alla magia dei diffusori, impedendo di intravederne l’anima. Un ascolto interessante, più divertente che tecnico soprattutto per la scelta dei brani così insoliti. Bravi! Permane però il desiderio di riascoltare in un ambiente trattato per comprendere davvero la natura sonica di queste Cabasse.


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Albedo - Cello

La porta è aperta e scorgiamo il grande poster di Albedo. Se diciamo albedo, molti pensano alla parte bianca della buccia dell'arancio. Ma ci piace ricordare che in alchimia l'albedo costituisce la seconda grande fase, quella che segue la nigredo (l’annerimento), e rappresenta la purificazione, la lavatura delle impurità e la liberazione dell'anima dalla materia, simboleggiata dal cigno bianco o dalla luna. L'albedo segna dunque l'alba, la rinascita e il passaggio dall'oscurità a una prima forma di luce e coscienza. Forse per il suo significato alchimistico il brand di diffusori Albedo suona sempre molto bene, dunque entriamo in sala con un lieve preconcetto positivo. La catena era ovviamente caratterizzata dalle elettroniche Cello Audio ed aveva un’impostazione elegante, pulita, con una buona trasparenza generale. Il lettore CD era un Sonic Frontiers. Il carattere era leggero, arioso, forse un po’ più rarefatto del solito: la gamma ultrabassa risultava solo accennata e la mediobassa rimaneva contenuta, il che dava al sistema un’impronta più asciutta e controllata.


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Ascoltiamo dei brani che non conoscevamo. Il sax, in questo contesto, assumeva un timbro un po’ più chiaro del previsto, quasi come se fosse illuminato da una luce diversa, meno calda ma comunque leggibile. È un’impostazione che può piacere a chi cerca un suono molto pulito e privo di eccessi, anche se forse mancava quel pizzico di corpo che di solito caratterizza le dimostrazioni Albedo. Ascriviamo questo ai Cello, che risultano così analitici da connotare poi profondamente l’impatto sonoro finale.

Nel complesso, un ascolto corretto, ordinato, con una bella apertura in alto e una timbrica che privilegia la precisione alla fisicità, questa volta rendendo onore al significato alchemico del termine. Si è trattato di una sala dove un set‑up leggermente diverso o un brano più adatto, avrebbe probabilmente mostrato meglio l’altissimo potenziale dei diffusori. Dunque una richiesta: vogliamo rivedere l'alba!


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Audio Analogue

Audio Analogue portava in fiera due sistemi ben distinti in zone diverse della sala, opportunamente separate ma naturalmente attivate alternativamente. In particolare, il primo sistema era composto dai diffusori Airtech ATS01 Hybrid, con amplificazione affidata agli Audio Analogue Absolute PA mono da 500W in classe AB e preamplificatore Audio Analogue Absolute Line. La sezione digitale prevedeva il DAC Audio Analogue AADAC e il transport Audio Analogue AADrive, mentre per la riproduzione dei vinili veniva utilizzato il phono stage Audio Analogue AAPhono. Tutto il set era collegato con cavi Airtech Zero e Stargate Series. Il secondo sistema comprendeva diffusori QLN Prestige3, amplificazione Audio Analogue AA100DM e preamplificatore Audio Analogue Bellini Anniversary Line. La sezione digitale era composta dal DAC Audio Analogue AADAC e dal transport AADrive, con connessioni affidate ai cavi Airtech Zero Series.

La sala era lievemente trattata; ci siamo posizionati nella sua parte di sinistra, dove era allestito il primo sistema. L’ascolto è iniziato con A Great Day for Freedom dei Pink Floyd (The division bell). Dopo una lunga pausa dovuta alla complessa ricerca del solco, si faceva spazio in sala il classico crepitio del vinile prodotto dell’immutato rituale elleppinico.

Il volume inizialmente risultava troppo alto: la voce sovrastava tutto, saturando rapidamente la stanza, e in alcuni passaggi più articolati sembrava anche comparire una leggera distorsione. Non era chiaro se questo dovesse essere ascritto al vinile o ai diffusori, ma l’impressione generale era di un suono urlato che rendeva l’ascolto faticoso. Le due enormi amplificazioni Audio Analogue, abbondanti in termini di potenza, non risolvevano la sensazione di eccesso nella parte alta dello spettro. Si cambiava traccia scegliendo Wearing the Inside Out, un pezzo più delicato e lineare. Il vinile evidenziava il crepitio tipico dei dischi che avevano una loro storia, ma la presenza del suono era immediata: la gamma medio-alta risultava molto realistica, la scena sonora ampia, come ci si aspetta da un diffusore ibrido con pannello magneto-planare e subwoofer attivo. Il basso non scendeva molto, e il medio-basso rimaneva un po’ timido, ma l’ascolto appariva decisamente più piacevole rispetto al brano precedente. Questo passaggio metteva in luce quanto sia cruciale la selezione dei brani negli eventi: alcuni sistemi rispondono meglio a musiche delicate e ben registrate, mentre altri evidenziano le difficoltà con passaggi più complessi. Con questo brano in effetti risultava difficile giudicare la dinamica, perché non sembrava averne in eccesso. Infine, con A Swingin’ Safari di Bert Kaempfert, la stanza si saturava nuovamente e il basso emergeva più chiaramente, dando un’idea più completa delle potenzialità del sistema e dell’interazione tra diffusori e amplificazione


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Poco dopo siamo tornati per ascoltare l’altro sistema, il sistema due con i diffusori QLN Prestige three. L’ascolto è iniziato con You are my sunshine di Etta Cameron tratto da Etta, e fin dai primi brani è emersa una lieve sensazione di chiusura nella voce. Questo è in parte legato alla struttura a due vie dei diffusori e a una certa limitata estensione nel medio, che spinge la voce leggermente in avanti e la rende meno piena rispetto ad altre configurazioni. I famosi argentini campanellini, invece, restavano brillanti e squillanti, con un’ottima definizione, ma la scena sonora appariva più contenuta e meno ariosa rispetto a sistemi ibridi più complessi. In generale, questo setup permetteva comunque di distinguere chiaramente le timbriche di strumenti e voci, con una resa dei medi meno ricca e naturale, ma sempre chiara e coerente. Rispetto alla prima sala, la differenza principale stava nella presenza e nel corpo della voce: più lineari e definite, ma meno avvolgenti.


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Audio Plus

La sala di Audio Plus è calda, letteralmente: la classe di elettroniche che stanno lavorando trasmette subito energia, e il calore della stanza è la prima impressione sensoriale. Lo show è organizzato con due impianti ben separati e di alto livello come di consueto Emanuele Bassetti ci ha abituati ogni anno nelle fiere in giro per l'Italia. Il primo impianto si basa sui diffusori Marten Coltrane Quintet Extreme, pilotati dall’amplificatore Soulution 717 e dal preamplificatore Soulution 727, con supporto del preamplificatore phono Soulution 757 per la gestione dei vinili. La sorgente analogica è affidata al giradischi Techdas Air Force IV, mentre la riproduzione digitale è affidata al lettore Wadax Studio Player. La connessione tra componenti avviene tramite cavi Jorma, Taralabs e Zensati, mentre i correttori di ambiente Stein Music garantiscono l’ottimizzazione acustica della sala. Il secondo impianto utilizza i diffusori Marten Parker Duo, alimentati dagli amplificatori Audia Strumento 8 Signature e dal preamplificatore Audia Strumento 1 Signature, con il preamplificatore phono Soulution 757 per la gestione dei vinili. Il giradischi Techdas Air Force IV e il lettore Wadax Studio Player rappresentano rispettivamente le sorgenti analogica e digitale.

Suonavano le Marten più grandi e partiva un brano jazz semplice ma efficace, che metteva subito in luce i punti forti del sistema. La scena era ampia e precisa: la voce era nitida, dettagliata, posizionata con grande chiarezza nello spazio. Il brano non stressava particolarmente l’impianto: tutto scorreva con naturalezza, senza fatica evidente, come in souplesse.


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Il medio basso non scendeva con quella incisività che ci si sarebbe aspettati: c’era corpo, ma leggermente “gommoso”, con una coda che sembrava smorzare la definizione. Non era un basso assente, ma mancava di prontezza anche nella velocità di attacco, e in certi passaggi si percepiva un lieve disallineamento con la chiarezza e la precisione della voce, come si trattasse di un problema di controreazione. La riserva di potenza c’era tutta: il volume poteva essesre aumentato parecchio senza che il set saturasse, complice l’alto soffitto della sala, e il sistema riusciva comunque a tenere anche quando la pressione sonora aumentava considerevolmente.

Cambiando brano, con una voce femminile si confermava la solidità nella scena e nel posizionamento: la cantante appariva molto ben piazzata nello spazio, con strumenti e profondità che supportavano la tridimensionalità dell’esecuzione. Il medio basso restava morbido, poco autorevole, con una coda che a tratti si percepiva come un leggero velo sulla dinamica complessiva che non disturbava, sebbene non sembrasse armonizzarsi pienamente con l’eccellenza del dettaglio della gamma alta e della voce.

Il mediatore tecnologico (product specialist di Marten) tornava a coinvolgere il pubblico, raccontando brevemente le scelte tecnologiche: berillio per il tweeter ed uso del diamante, da diversi pollici, per completare il progetto. Il modello in ascolto è estremamente raro (solo 60 coppie al mondo). Riprendeva la riproduzione. Il vinile di Reema, in particolare la seconda traccia del suo ultimo LP The LowSwing Sessions, metteva in luce la capacità del sistema di rendere la voce celestiale, delicata, soave. La timbrica era stupenda, forse leggermente fredda, un carattere che potrebbe essere dovuto sia alla registrazione che alla scelta dei driver. Il dettaglio era davvero notevole: si percepivano micro-informazioni, respiro della cantante, sfumature nei fiati e nei sovracuti, e la sensazione era di ascoltare qualcosa di quasi etereo, che pure rimaneva ben definito nello spazio. Il sistema mostrava con chiarezza la filosofia della sala: controllo e raffinatezza in gamma alta e medio-alta, potenza abbondante e scena tridimensionale, con un medio basso che cedeva un po’ in attacco e precisione, ma senza compromettere il piacere dell’ascolto. L’altissima classe sonora a cui abbiamo assistito non si discute, ma va sempre attentamente parametrato al valore di mercato del set.


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Audio Reference

Anche da Audio Reference l’aspettativa era alta. Ne eravamo già stati ospiti in quel di Milano e non ci aspettavamo nulla di meno di quanto ascoltato lì. Il sistema era costruito attorno ai diffusori da pavimento Rockport Lynx, pilotati da una catena elettronica di livello assoluto. La sezione digitale era affidata al DAC/streamer Meitner MA3i, mentre la gestione del segnale analogico passava attraverso il preamplificatore phono Pass XP-17 Black. Il controllo del sistema era demandato al preamplificatore Gryphon Commander, abbinato all’amplificatore stereo Gryphon Antileon Revelation, incaricato di fornire potenza e autorità ai diffusori. Tra le sorgenti analogiche era presente anche il giradischi Bergmann Magne Anniversary con testina MC Hana Umami Black. La cablatura utilizzava una selezione di soluzioni di alto livello: per i cavi di segnale erano stati impiegati Kimber Select, Kimber Naked e Gryphon Vanta; per l’alimentazione si faceva invece ricorso a Kimber PK Palladian, Kimber PK Ascent e Gryphon Vanta.

L’ascolto iniziava con vinile pronto a scattare in funzione, crepitio incluso. Partiva il primo brano, e i bassi risultavano subito protagonisti grazie a Felisius con il suo 30 Hz: più presenti rispetto a Milano, profondi, corposi. Il diffusore scendeva con autorità, imprimendo quasi dei colpi allo stomaco, pur senza raggiungere la profondità assoluta, ma il basso rimaneva controllato. Tuttavia, l’ascolto evidenziava il solito problema, in quanto ormai sappiamo bene che i brani all digital non aiutano a catturare l’anima del diffusore.


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Al cambio brano la complessità aumentava: più sonorità, più strumenti, più informazioni. La stanza purtroppo cominciava a saturare, e il basso prendeva il sopravvento, coprendo parte della riproduzione. La voce perdeva corpo, sembrava arretrata rispetto al resto della gamma sonora, pur restando centrata. La scena, pur nello sweet spot, appariva stretta, probabilmente penalizzata dalla topologia della sala: lunga e non larga. Nonostante questo, la posizione degli strumenti e della voce restava corretta, ma il medio basso continuava a farsi sentire, dominando leggermente il resto dello spettro. La voce, centrata ma bassa, mancava di quella presenza che la renderebbe pienamente tridimensionale. Si tratta dello stesso setup di Milano che però suonava in modo completamente diverso, con i suoi punti forti e punti deboli, come fu per Milano. Alchimia dell’alta fedeltà.

Con un brano di Marcin, più semplice, il basso diventava quasi sensazionalistico: energia e corpo erano impressionanti, ma facevano inesorabilmente emergere i limiti della stanza. Iniziano a comparire rimbombi, soprattutto quando tutte le frequenze suonavano in parallelo. Il medio alto, da solo, possedeva ottimo dettaglio e fascino, leggermente arretrato ma con carattere; quando il basso tende ad esorbitare, però, il suo splendore rischia di risultare come annacquato. Il risultato era una dinamica che a tratti perdeva naturalezza: il medio basso sovrastava il resto, imponendo la sua presenza e generando qualche rimbombo.

L’impianto era chiaramente dotato di potenza e capacità in grado di sorprendere, generando bassi profondi e coinvolgenti, una scena complessiva precisa seppure stretta e un medio alto capace di incantare nei passaggi meno densamente orchestrati. Il limite emergeva quando tutto il range lavorava insieme: il basso prendeva il sopravvento, la scena si comprimeva e la voce perdeva quella posizione e tridimensionalità che in altri contesti avrebbero potuto costituire il vero cuore del diffusore. Chiariamoci: come detto le aspettative erano molto alte e siamo rimasti soddisfatti, ma vogliamo lo stesso citare i punti deboli del set, senza con questo negare i moltissimi pregi indiscussi del set.


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Omega Audio Concepts - OAC

La temperatura della sala tutta italiana era gelida, e subito si percepiva una sobrietà nell’approccio all’ascolto di OAC: volume contenuto, scelta dei brani semplice, nessun trattamento acustico. Eravamo perfettamente al centro dello sweet spot, e la geometria della stanza — lunga e stretta, simile a quella di Audio Reference — dettava già alcune delle regole del gioco. Il setup era lo stesso di Milano con i diffusori a 4 vie M.U.S.A., con il lettore CD STREAM e amplificazioni Accordo.

Il primo brano scorreva tranquillo: voce perfettamente centrata, strumenti ben separati, ognuno isolato e definito nello spazio. La riproduzione era pulita, ordinata, senza sovrapposizioni, e confermava le impressioni raccolte a Milano: dettagli nitidi, scena precisa, dinamica lineare e convincente. Il basso, però, non scendeva molto; ricordiamo chiaramente come a Milano fosse più incisivo e presente, mentre qui restava appena accennato, sufficiente a dare corpo ma senza colpire.


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Con il cambio di brano, il volume viene alzato. Immediatamente i bassi emergono con maggiore vigore, ma con loro compaiono anche i problemi della stanza: risonanze e rimbombi diventano evidenti, i pannelli iniziano a vibrare insieme alla musica, e il medio basso tende a interferire con il resto dello spettro. Nonostante questo, le qualità del sistema rimangono profondamente evidenti: la dinamica mantiene precisione, la scena resta ordinata e tridimensionale, e il dettaglio non viene mai perso.

La lezione più chiara è la stessa che ricordavamo da Milano: la magia di questo impianto si svela solo quando ci si posiziona correttamente nello sweet spot. Con il DAC Lampizator Horizon il tutto guadagna ulteriore raffinatezza, ma anche senza, la qualità della riproduzione resta molto alta: voce centrata, strumenti definiti, dettaglio puntuale e scena credibile. È un ascolto che richiede concentrazione e attenzione alla posizione, ma premia con una chiarezza e un controllo che pochi sistemi sanno offrire, anche in una stanza così impegnativa.


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Audio Graffiti

Il sistema era composto da diffusori Rosso Fiorentino Pisa da pavimento, a tre vie con midrange in cassa chiusa, woofer con riflessione accordata e tweeter a nastro, insieme a doppio woofer da 250 mm, medi da 168 mm in carta rinforzata, tweeter a neodimio da 28 mm e super tweeter a nastro. L’amplificazione utilizzava Riviera APL1 come preamplificatore linea con circuitazione ibrida valvolare in classe A, priva di feedback negativo, e alimentazione a componenti discreti con trasformatore toroidale. Il finale Riviera AFM70 era monofonico ibrido, con potenza di 70 W su 8 ohm e 140 W su 4 ohm e utilizza una valvola ECC82/12AU7 per ciascun canale. Il preamplificatore phono era il Boulder 1108. La sorgente analogica era il giradischi Klaudio Magnezio Auto-Clamping con piatto magnetico e controllo elettronico. Era installato il braccio Supatrac Blackbird, e montata la testina Lyra Kleos MC. Il settore digitale era affidato allo streamer/DAC Rockna Wavedream Reference Signature. La sezione di alimentazione utilizzava il condizionatore GigaWatt PC-3SE EVO. Dopo la lista di interessanti oggetti del desiderio (ben esposta all’esterno della sala) è tempo di entrare e di ascoltare.


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I diffusori Rosso Fiorentino catturavano subito l’occhio, ma la finestra aperta lasciava entrare un freddo tagliente, che sembrava quasi influire con l’esperienza d’ascolto. Partiva un brano di Jaimie Branch, molto dinamico: la catena seguiva con impegno, l’energia della musica scorreva, ma nella complessità degli strumenti emergeva una lieve confusione. Non che il sistema fosse debole, anzi: si percepiva chiaramente la volontà di metterlo alla prova, e questo lo rendeva interessante.

Si passava ai Dire Straits: il brano era meno esigente, più lineare. Il suono diventava subito “live”, anni ’80, con un gusto analogico. Il dettaglio non era il punto forte, ma il basso era presente e consistente, anche se un po’ gonfio, e ogni tanto qualche rimbombo appariva in sala. L’ascolto risultava caldo, accogliente, ma leggermente sbilanciato verso il medio basso. La scena non era cristallina come in sale più controllate, ma aveva un certo fascino, poiché dava un senso di realtà vissuta.

Il contesto della sala influenzava l’esperienza: molta gente parlava, la luce bianca fredda soffocava qualsiasi ritualità. Non c’era il silenzio contemplativo di altre sale; l’impressione era più quella di un bar durante un concerto, dove i brani si intrecciano al vociare del pubblico. Nonostante tutto, l’atmosfera aveva un suo perché: hifi è anche incontro, confronto, un momento per discutere e condividere opinioni.

Il mediatore iniziava a presentare l’impianto: Luca Chiomenti, progettista dell’amplificatore Riviera, raccontava con passione e rispondeva agli hater dei reels Facebook. È stato un sipario simpatico, che aggiungeva colore all’esperienza. Qui l’alta fedeltà non era solo precisione o dettaglio: era dialogo, partecipazione, un momento di comunità che metteva insieme tutti gli attori della catena, dagli strumenti alla voce, dai diffusori alle elettroniche, passando per chi ascoltava. Bravi.

Il lungo corridoio principale è stato così completato. È tempo di salire ai piani alti, dove ci attendono molte sale interessanti. 

Ci si rivede a breve su queste pagine per la seconda parte del reportage: stay in touch!

 

SOMMARIO

 

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