Hai centrato perfettamente il punto, di solito si chiama il regista o il direttore della fotografia che in pratica fa una "rivisitazione migliorativa" sfruttando le tecnologie odierne.
Ecco, su questo io dissento totalmente. L'utilità di queste operazioni è nulla. L'opera andrebbe presentata con le stesse caratteristiche originarie dell'epoca in cui ha visto la luce. Il top sarebbe, eventualmente, offrire entrambe le versioni; in caso contrario dovrebbe essere almeno dichiarata l'intenzione di una rivisitazione.
Ovviamente, siamo nel campo delle opinioni e questa è solo la mia
Se si vuole fedeltà assoluta alla proiezione dell'epoca non si dovrebbe mai partire dal negativo ma dall' IP con color correction fotochimica (come fa la Warner per i film dal 1975 in poi)
Corretto; infatti il tuo discorso è una logica conseguenza del mio precedente ragionamento

C'è sempre da considerare, però, lo stato di conservazione dell'IP.
Molto tempo fa, ho letto un trattato sul restauro. Partiva dalle motivazioni per poi arrivare alla parte tecnica. Corredato di esempi pratici, formule e grafici, era molto completo quanto ostico (almeno per me

), tanto che ne ho assimilato soltanto qualche nozione generale; per esempio, ricordo che c'era anche un riferimento al procedimento per risalire alla corretta esposizione originaria del negativo, cioè un metodo basato sull'analisi della densità minima e massima del tipo di pellicola, relazionata alle specifiche caratteristiche della stessa rilevate dalle schede tecniche d'archivio del fabbricante, di solito Kodak. Però, come sappiamo, non è detto che l'esposizione del negativo coincida con quella della stampa. Insomma, la tecnica è importante ed aiuta, ma lo è altrettanto il coinvolgimento di testimonianze direttamente interessate, a vario titolo, nella produzione del film (meglio se autorevoli).
Stiamo trattando un argomento assai complesso, difficile, in molti casi, determinare la correttezza filologica di un restauro.