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Westworld | stagione 3 | la recensione

Recensione di Fabrizio Guerrieri , pubblicato il 09 Settembre 2020 nel canale CINEMA

“Se la seconda stagione non aveva convinto del tutto, stavolta si cambia. Dal parco a tema western alla metropoli tecnocratica, il focus passa a una decisa riflessione sulle sorti dell’umanità in un possibile prossimo futuro.”


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2058, pochi mesi dopo la rivolta nel parco di proprietà della Delos. L’androide Dolores (Evan Rachel Wood), ex attrazione di Westworld, vive ormai nel mondo reale essendo diventata la compagna di Liam (John Gallagher Jr.) figlio di un ricco imprenditore a capo dell’azienda Incite che ospita l’intelligenza artificiale Rehoboam in grado di prevedere il futuro di ogni singolo essere umano tramite calcoli matematici. Creata da Engerraund Serac (Vincent Cassel) assieme al fratello, l’IA è obiettivo di Dolores che, dopo aver combattuto per liberare sé stessa e i suoi compagni dalla schiavitù, vuole impadronirsene per distruggere l’umanità. Aiutata dai robot Bernard (Jeffrey Wright) e Charlotte (Tessa Thompson) e da Caleb (Aaron Paul) un ex militare ora operaio e microcriminale all’oscuro del reale piano, Dolores si scontra con Maeve (Thandie Newton) attrazione del parco come lei ma che come unico scopo ha quello di ritrovare sua figlia e vivere in pace. Nel frattempo William, l’Uomo nero (Ed Harris), vive un ulteriore conflitto con sé stesso.


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- Sai dove sei? - Sono in un sogno. - Sei nel mio sogno.

Basata sull’omonimo film del 1973 di Michael Crichton con Yul Brinner (con un sequel del 1976 intitolato Futureworld cui seguì anche una serie nel 1980, Alle soglie del futuro interrotta dopo soli tre episodi), Westworld immerge lo spettatore in un futuro fatto di parchi a tema in cui gli umani possono interagire come più gli aggrada con robot antropomorfi creati in laboratorio, interpretando uno o più personaggi come in un film in cui si è al contempo registi, sceneggiatori e attori. Jonathan Nolan e Lisa Joy, compagni di vita e di lavoro, dimostrano di avere l’ecletticità del fratello di lui Christopher e della cognata Emma Thomas, imbastendo una serie fantascientifica di valore, minuziosa nel rivelare per gradi i dettagli di una storia poliedrica, tanto dinamica quanto oscura. Particolarmente nel corso di questa stagione ci si trova a raccogliere piccoli indizi fino a comprendere nella sua interezza quali siano le intenzioni e motivazioni dei personaggi principali.


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Se la prima stagione (sottotitolata Il labirinto) era stata decisamente buona e la seconda (La porta) era calata notevolmente, questa terza (Il nuovo mondo) riprende un po’ di vigore, soprattutto all’inizio grazie a un primo episodio che piuttosto che filosofeggiare, cosa che accade troppo spesso durante la serie, racconta attraverso le azioni dei personaggi il cambiamento in atto: molta più adrenalina e molte meno riflessioni, concentrandosi maggiormente sul lato più avvincente, quello sociale. Una volontà decisamente apprezzata dopo aver assistito ai pochi accadimenti sviluppati nella stagione precedente. Perché il vero problema di Westworld è stato quello di porsi dei limiti circa l’approfondire i molti temi possibili che l’incipit apre: un parco a tema western in cui gli ospiti possono fare ciò che vogliono perché gli attori che animano i vari scenari proposti non sono umani ma androidi. Che però a un certo punto, a causa di un bug, sviluppano una coscienza. Ed è qui che avviene il cortocircuito principale dell’intera serie: il ribaltamento dei ruoli. I robot da vittime diventano carnefici e gli esseri umani viceversa diventano prede. Non solo. Ciò che era il controllo e monitoraggio costante nel parco appare identico nel mondo reale. Un rovesciamento e accostamento che trovano in questa terza stagione una sintesi perfetta. Dalla Delos che gestisce il parco divertimenti quasi come fosse un prototipo, alla Incite che gestisce i dati globali nel mondo reale. E se da un lato gli umani sono rei di onnipotenza dall’altro le macchine iniziano a imitare i propri creatori. Il tema sulle cui righe viene imbastito l’intreccio stavolta è riconducibile alla domanda posta già da altre pellicole come Minority report e cioè se sia meglio il controllo che genera sicurezza o la libertà che però può produrre caos. Causalità contro casualità. Uscendo dal parco i personaggi si ritrovano in un mondo reale che però somiglia tanto a quello artificiale perché mosso da una tecnocrazia che può regolare, prevedere e di conseguenza controllare i destini delle persone che in questo modo si vedono sottrarre il libero arbitrio.


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A questo punto è utile tornare ad elencare le tre iconiche leggi della robotica enunciate da Asimov nel 1942 e da lui collocate nell’anno 2058:

  1. Sicurezza: un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Servizio: un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non vadano in contrasto alla Prima Legge.
  3. Autoconservazione: un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la salvaguardia di essa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Nella terza stagione di Westworld le prime due leggi vengono “superate” perché le differenze tra umani e robot si assottigliano talmente tanto da renderli quasi indistinguibili. La coscienza generata negli automi dal bug li libera dal dover seguire quelle regole secondo le quali essi sono assoggettati a chi li ha creati. Questo dipende dal fatto che i robot di Asimov erano macchine create semplicemente per svolgere lavori pesanti mentre quelli di Westworld sono esseri che simulano la realtà fino alle emozioni e reazioni più profonde ed estreme. Senza parlare di quello che rappresenta invece un’intelligenza artificiale.


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Se tutte queste premesse sono tanto intriganti dove va rintracciata la graduale perdita di interesse verso la serie? Di sicuro in una seconda stagione che aveva grosse potenzialità e che invece ha deluso per vari fattori. La presenza di J. J. Abrams per esempio appare un po’ ingombrante all’interno di una squadra che potrebbe cavarsela molto bene anche senza di lui. Nonostante la sua capacità produttiva sia stata determinante in diverse occasioni, è vero che altre volte non è stato in grado di mantenere un equilibrio che restituisse agli spettatori le giuste potenzialità contenute in storie imponenti. Si pensi all’ultimo episodio di Star wars in cui il regista e produttore non è stato realmente capace di tenere lontano il soffocante buonismo della Disney. Pensare a Nolan e Joy più liberi di esprimere la loro visione fa venire più di qualche pensiero. Certo, per essere sicuri di ciò si dovrebbe essere all’interno del ciclo produttivo della serie per capire da chi siano partite certe scelte, soprattutto in fase di scrittura. Ma i dubbi restano.


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Oltre a questo, che potrebbe essere solo un’illazione, il modo in cui è stato gestito il cast nell’evoluzione di Westworld lascia abbastanza perplessi. L’uscita di scena di Anthony Hopkins alla fine della prima stagione non ha affatto giovato alla serie e la sola presenza del capace Ed Harris come unico grande vecchio nella storia non basta a tenere in piedi un impianto tanto articolato. La caduta del Creatore Robert Ford getta nel disordine sia ciò che accade dentro la serie, il che potrebbe risultare di per sé un fattore positivo, sia ciò che è la percezione esterna, quella dello spettatore. E questo non è affatto un bene. Inoltre la forza, almeno nelle intenzioni, delle protagoniste femminili non è ben supportata dai colleghi uomini, un po’ per un carisma che sembra essere sceso nel corso degli episodi, un po’ a causa di una sceneggiatura che tende a caricare troppo le donne di una responsabilità che andrebbe maggiormente divisa e condivisa. Un po’ di conforto giunge in questa stagione dagli innesti di Aaron Paul e soprattutto di Vincent Cassel che portano non solo due nuovi personaggi maschili sfaccettati, misteriosi, più complessi e meno inutilmente complicati rispetto agli altri ma, di conseguenza, un deciso cambio di rotta nella narrazione.


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Il Caleb di Paul è un uomo che ha affrontato l’inferno e vive alla giornata. La sua alleanza con Dolores rappresenta un riscatto per lui. L’attore si trova alle prese con un personaggio opposto a quello di Breaking bad (lì un drogato e pusher, qui un ex militare) ma ugualmente confuso e, in parte, in balia degli eventi. La scena in cui assume una droga speciale è un pezzo d’antologia non solo per i cinefili più accaniti.

Serac è a capo del progetto che se andasse fuori controllo potrebbe destabilizzare il mondo intero. Appare spietato e privo di scrupoli, fino a quando non si va a ritroso nel suo passato e si scoprono le motivazioni e le dinamiche controverse che lo hanno portato dov’è. Cassel appare in grande spolvero nel vestire i panni di un personaggio che tende a razionalizzare ogni cosa, provenendo però da una passione profonda.


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Mi domando una cosa. Se avessi potuto scegliere un ruolo importante, avresti scelto di essere l’eroina o la cattiva?

Dolores sembra essere ormai a proprio agio nelle vesti di una persona vera, quasi un Pinocchio al femminile, ma la sua cieca determinazione la porta spesso a fare i conti coi valori differenti che gli altri personaggi perseguono. La Wood è brava a far mutare il personaggio dall’innocente ragazza abusata nel parco al soldato senza paura che vuole cambiare non solo la propria esistenza. Ma, come detto sopra, paga il peso di un protagonismo sbilanciato.

Maeve è intrappolata in un loop, Warworld, ambientato nell’Italia nazifascista del 1943 e per uscirne dovrà sacrificare molto. La Newton conduce bene la recitazione particolarmente nel confronto con Dolores, perché sebbene le due appaiano identiche nell’agire, gli scopi che si prefiggono sono opposti. Anche lei però è sottoposta a un carico non invidiabile.

Ma il personaggio femminile che risalta è la non protagonista Charlotte che rappresenta la fusione tra Dolores e Maeve al punto che le sue azioni sebbene di contorno incidono molto di più. Tessa Thompson dona al personaggio le caratteristiche di una donna completa, sensibile e forte allo stesso tempo, che sa compiere atti decisi ma è al contempo in grado di mettersi profondamente in discussione.

Hector e Bernard restano invece sullo sfondo, quasi ormai inutili(zzati). Ed è un peccato perché sono due personaggi centrali nella vicenda, due ingranaggi che possono spingere o meno le protagoniste a compiere scelte migliori o quantomeno diverse. Eppure da quello che accade durante questa stagione sembra che prossimamente Bernard potrebbe “rinascere”.

L’Uomo nero di Ed Harris è, al contrario, determinante nella storia. Da pistolero che sfoga nel parco i suoi più bassi istinti sulla pelle degli androidi a vittima di sé stesso. Un personaggio oscuro, a volte forse troppo, che qui è costretto a confrontarsi con la sua parte più profonda da vari punti di vista. E non è una metafora. William diventa suo malgrado il ponte tra Westworld e la realtà. E viste le prime indiscrezioni sulla prossima stagione, quello che lo attende potrebbe essere molto interessante.


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Per quanto riguarda gli effetti visivi, affidati a ben quattro società più una addizionale e una di effetti speciali (CoSA VFX, Double Negative, Important Looking Pirates, Shade VFX + BOT VFX e Technicolor VFX), sono assolutamente al massimo delle possibilità creative. Il piacere di immergersi nella serie deriva molto da questo reparto che assieme ai responsabili delle scenografie e dei costumi disegnano un futuro tanto affascinante quanto verosimilmente pericoloso.

Le musiche originali di Ramin Djawadi (Iron man, Pacific rim, Il trono di spade) ricordano molto le atmosfere presenti in Blade runner (altri riferimenti nella serie col film di Scott, volontari o meno, sono innumerevoli), dal sapore elettronico un po’ retro che non stanca mai. Oltre ai brani scritti di suo pugno, il compositore tedesco rilancia la scelta fatta nelle due stagioni precedenti assieme a Nolan di inserire canzoni celebri della storia della musica moderna rivisitati in chiave saloon e orchestrale (di cui troviamo un esempio già nel trailer qui sotto, con una deliziosa cover di Sweet child o’ mine dei Guns n’ Roses) con cui aveva dato un messaggio preciso: “Westworld è un parco a tema occidentale, ha un'atmosfera anacronistica, eppure al suo interno ha dei robot, quindi perché non inserire canzoni moderne? E questa è una metafora in sé, avvolta nel tema generale della serie”. Una metafora molto gradita che ha impreziosito non poco la serie.

Poco prima della conclusione di questa terza, Westworld è stata rinnovata per una quarta stagione (la produzione ne ha previste un totale di sei) che, dati gli slittamenti causa coronavirus, potrebbe essere in programma tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022. Il presidente di HBO ha dichiarato che non vede l’ora di scoprire dove ci porteranno la prossima volta Nolan e Joy. E noi con lui.

Un ultimo consiglio: nell’ultimo episodio non interrompete la visione all’inizio dei titoli di coda…

Valutazioni

DAL TRAILER ALL’INTERA SERIE
aspettativa 6.5 risultato 7

SOGLIA D’ATTENZIONE
scorrevolezza media impegno medio

VISIONE
intrattenimento 7 qualità 7.5

Westworld - Dove tutto è concesso | stagione 3: Il nuovo mondo (Westworld: The new world)
fantascienza, drammatico, thriller | USA | 16 mag - 6 giu 2020 | 8 ep / 61 min | Sky Atlantic

ideatori Jonathan Nolan, Lisa Joy

personaggi interpreti
Dolores Abernathy Evan Rachel Wood
Maeve Millay Thandie Newton
Caleb Nichols Aaron Paul
Engerraund Serac Vincent Cassel
William "Uomo in Nero" Ed Harris
Liam Dempsey Jr. John Gallagher Jr.
Charlotte Hale Tessa Thompson
Bernard Lowe / Arnold Weber Jeffrey Wright
Hector Escaton Rodrigo Santoro
William (giovane) Jimmi Simpson
Lee Sizemore Simon Quarterman

critica IMDB 8.2 / 10 | Rotten Tomatoes 7.1 / 10 | Metacritic 64 / 100

camera Arricam LT/ST, Cooke S4, Canon K35, Fujinon Premier and Angenieux Optimo Lenses - Arriflex 235, Cooke S4 and Canon K35 Lenses - Leica Summilux-C lenses - Sony Venice

aspect ratio UHD 1.78:1, 2.39:1 (alcune scene)

 

 

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Commenti (2)

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Commento # 1 di: pace830sky pubblicato il 09 Settembre 2020, 14:49
Vista diversi mesi fa.

Perso qualsiasi pur labile riferimento al mitico originale degli anni '70 (il film con Yul Brinner...) è solo l' ennesima riproposizione di temi triti e ritriti. La fattura complessivamente è buona, ma scivola via senza lasciare niente allo spettatore, non il minimo guizzo di originalità o di invenzione. Aaron Paul dà finalmente un segno di vita al di fuori di Breaking Bad, Vincent Cassel messo lì come il prezzemolo un po' dovunque serva un cattivo veramente cattivo.
Commento # 2 di: gio_1981 pubblicato il 10 Settembre 2020, 16:24
devo ancora recuperare le prime 2 stagioni, quando avrò il lettore 4k, certo che costano parecchio queste serie in bluray.