Guren ha detto:
mi sembra che tu in Cina non ci abbia mai messo piede
Certo non ci ho mai messo piede. Nè mi interessa farlo. Nella mia lista di paesi da visitare la Cina non è ai primi posti.
Credo, però, che un mondo immenso come la Cina non sia sufficiente qualche esperienza personale per capirlo.
A me interessa capire qual regime e quel sistema in macro non in micro.
Vado spesso in Grecia sia per vacanza che per altri motivi.
Alcuni ne parlano malissimo altri benissimo.
della stessa Italia non tutti ne abbiamo la stessa opinione.
Poi ci sono i dati di fatto.
La Cina è un regime tra i più spietati al mondo e nella storia del genere umano.
Non lo dico io, lo dice Amnesty International, Green peace ed altre organizzazoni non governative.
Lo dicono anche molti governi, lo dice il Santo padre di cui mi fido.
Lo dice il Dalai Lama, lo dice il sangue di piazza Tineamen.
Lo dicono molti cinesi, molti cinesi non possono dirlo ma vorrebbero.
Gli occidentali che vanno in Cina vedono solo quello che il regime vuole che essi vedano.
Entriamo nei dettagli.
E’ ufficiale: la Cina condanna a morte diecimila persone ogni anno.
La cifra (fino ad oggi un segreto di Stato) compare in un documento di Chen Zhonglin, che non è un dissidente: anzi è un delegato ufficiale della municipalità di Chongqing e uno stimato giurista (è preside della facoltà di legge dell’Università Sud-Orientale cinese).
Il documento del professor Chen è una proposta riservata al governo per alleviare la piaga delle esecuzioni capitali.
Ogni anno 10 mila persone sono condannate a morte in Cina, «un numero cinque volte maggiore di tutte le esecuzioni che avvengono nel mondo», dice Chen.
Fino ad oggi, Amnesty International valutava le esecuzioni capitali in Cina sulle 5-6 mila l’anno.
Il peggio è, aggiunge Chen, che le condanne «vengono immediatamente eseguite», impedendo ogni ricorso legale dei condannati.
C’è il sospetto che i corrotti magistrati municipali eccedano nelle condanne a morte perché sono cointeressati nel tragico ma lucroso business dei trapianti d’organo.
Già perchè in Cina gli organi dei condannati a morte vengono venduti.
Il Partito nel 1983 aumentò da 32 a 73 i delitti che comportano la pena capitale.
Dei nuovi reati capitali, ben 28 sono reati economici, come evasione fiscale, contrabbando e furto, che nei paesi civili sono puniti con lieve detenzione o anche solo con multe.
Ad essere condannati sono soprattutto contadini che abbandonano la campagna per cercare lavoro in città. Per questo sono considerati clandestini e perseguitati (altro che i clandestini nostri).
Ma il regime è bravo a nascondere queste cose agli occidentali e cerca di dare un'immagine diversa di sè.
La ditta francese di lusso Louis Vuitton ha aperto in Cina dodici negozi in dieci città, e deve agli acquisti dei cinesi ricchi il 17% del suo fatturato.
A Shanghai, nel lussuoso quartiere di Jing An, un consorzio di 60 aziende francesi di marchi famosi ha aperto uno scintillante shopping center, il Plaza 66: vanno a ruba il costoso cognac XO e i cosmetici della Lancome, che ha l 20% della quota del mercato dei cosmetici di pregio in Cina.
Le case di moda Karl Lagerfeld e Jean Paul Gaultier vanno a Shanghai a presentare le loro collezioni.
La Chanel ha esposto a Shanghai un gioiello in forma di rosa tempestato di 1500 diamanti.
Ecco il paradosso: la Cina inonda il mondo di marchi contraffatti, ma compra insaziabilmente i marchi autentici. I vertici del partito ele oligarchie ad esso collegato sfruttano la massa dei cinesi
Come noto, il primo vantaggio competitivo della Cina consiste nella miseria.
Quella in cui fa vivere i suoi lavoratori, nel fatto che paga gli operai 70 euro al mese (Eric Le Boucher, "Les vulnèrabilités du Dragon", Le Monde, 16 giugno 2005, p. 14.)
Nonostante decenni di sviluppo esplosivo, 700 milioni di persone nelle campagne continuano a vivere nella povertà più nera, e spesso interi villaggi sono mantenuti dalle rimesse dei bambini mandati nelle città a lavorare (come schiavi infantili) per molto meno di 70 euro: si mantiene così un ricco serbatoio di bisognosi disposti a qualunque fatica pur di non fare la fame.
A proposito di fame. Durante la rivoluzione culturale cinese molti disperati erano costretti a mangiare feti abortiti. Ma in Cina, c'è il fondato sospetto che i bambini li mangino anche oggi. Lo rivelava, nell'aprile 1995, un'inchiesta del britannico «Telegraph» condotta nella provincia di Shenzen.
Per controllare se erano vere le voci, un reporter cinese di Hong Kong bussò all'ospedale di maternità dello Shenzen e chiese ad una dottoressa se poteva avere un feto da mangiare.
Il giorno dopo, la dottoressa gli consegnava «un flaconcino pieno di feti della grandezza di un pollice».
«Ce ne sono dieci qui dentro, tutti abortiti stamattina», disse la dottoressa.
Freschi freschi.
E quanto costano?
«Può prenderli gratis. Siamo un ospedale di Stato, non facciamo pagare. Di solito noi medici li portiamo a casa per mangiarli. Lei non ha l'aria di stare molto bene, perciò li mangi».
Lo stesso giornalista del «Telegraph» intervistò una dottoressa della clinica Luo Hu nello Shenzen, tale Zou Qin, che ammise senza esitare di aver mangiato un centinaio di feti nei sei mesi precedenti.
«Sono nutrienti, fanno bene alla pelle ed ai reni».
Aggiunse che era un peccato «sprecarli».
La fornitura di questo cibo è abbondante: nello Shenzen si fanno almeno 7 mila aborti forzati l'anno, milioni in tutta la Cina.
Sicchè nel privato, un feto da consumare costa meno di due euro.
Il dottor Warren Lee, della Hong Kong Nutrition Association, conferma: «Mangiare i feti è una tradizione della medicina cinese, profondamente inserita nel folklore».
In Cina si vendono e consumano comunemente le placente umane, anch'esse ritenute curative: c'è un attivo contrabbando attorno agli ospedali, ogni placenta costa sui 2-3 euro.
Naturalmente, il consumo di feti «non è un dettame del partito».
Il dettame del partito è semplicemente che donne che abbiano avuto già un figlio siano forzate ad abortire, anche al nono mese.
Ciò produce una certa abbondanza di questi «ricostituenti», che poi gli ospedali cinesi contrabbandano.
Come del resto reni, bulbi oculari, pelle e polmoni dei condannati a morte giustiziati: un grandissimo business della nuova Cina.
Ma non per dettame del partito, si capisce.
Il «Telegraph» parlò con un altro dottore dello Shenzen, Cao Shilin, che negò il commercio.
I feti abortiti, disse, li mandiamo alle fabbriche che li usano per produrre medicinali.
Ovviamente, in fabbrica, la «lavorazione del prodotto» comincia con una bollitura per estrarne le sostanze ritenute curative.
Come si bolle la pelle dei giustiziati per estrarne collagene, che le signore bene occidentali poi si fanno iniettare dal chirurgo plastico per ingrossarsi le labbra ed attenuare le rughe.
Si tratta di collagene, quel materiale biologico che i chirurghi plastici iniettano per spianare le rughe e riempire le labbra.
Quello cinese costa solo il 5% del prezzo a cui è venduto il collagene prodotto in USA e in Europa.
Piccolo particolare: è ricavato dai cadaveri di condannati a morte in Cina.
Lo ha scoperto un investigatore di Hong Kong, che facendosi passare per un uomo d'affari interessato alla «merce» ha contattato una ditta biotech nella provincia di Heilongjiang, nel nord della Cina.
«Sì, estraiamo il collagene dalla pelle di prigionieri che hanno subito l'esecuzione, e di feti abortiti», ha confermato il direttore vendite dell'azienda.
Aggiungendo che il governo ha consigliato di tenere la cosa «riservata», visto «il rumore che questa attività provoca nei paesi occidentali».
Collagene umano Made in Cina è già stato venduto in Gran Bretagna, ha rivelato il quotidiano britannico Guardian, e probabilmente in altri Paesi europei.