Condivido tutto ciò che hai scritto, alpy, e mi fa piacere che perseveri su questo argomento, cercando di riordinare un po' le idee a beneficio di tutti ed in particolare di quanti, per una ragione o per l'altra, non hanno particolare esperienza dell'epoca analogica, per così dire
Esattamente, però c'è da dire che filologicamente parlando, quando guardiamo un master fatto con un film scanner attuale derivato direttamente da un OCN, è come se in un certo senso stessimo guardando una pellicola invertibile (cioè in pratica un negativo portato direttamente a positivo e proiettabile, cosa che nel cinema non si è potuta mai fare ovviamente), senza contare che il negativo conterrà anche più informazioni sul colore!..........[CUT]
Vorrei commentare un poco quanto quotato, perché, su questo, non sono del tutto d'accordo. O, per lo meno, bisogna intenderci sul significato attribuito al termine "filologico".
Nel tuo raffronto, secondo il mio parere, per avere una resa colorimetrica più vicina a quella dell'ocn, è necessario rivolgersi ad un interpositivo.
Per due ragioni: la prima, perché l'interpositivo è il naturale processo di inversione del negativo; la seconda, perché all'epoca pre DI era l'unico modo per controllare e definire la resa del risultato finale (quella che, poi, spesso andava a farsi benedire nelle fasi successive, soprattutto, come giustamente ricordavi, nella stampa delle copie da proiezione).
La pellicola invertibile, raggiunge il risultato di inversione attraverso un procedimento chimico, durante la fase di sviluppo. Quindi, a parte le variabili in gioco, come la temperatura e lo stato dei bagni, oppure, semplicemente, l'intenzionalità di ottenere un particolare risultato, il risultato stesso è frutto di un iter preciso e standardizzato.
In un certo senso, non si può dire lo stesso della scansione del negativo. Non so come l'operazione funzioni di preciso, ma posso supporre una certa corrispondenza con una comune stampante di laboratorio.
Una volta scansionato, il negativo dovrebbe essere un semplice file sempre "negativo". Suppongo che sarà eseguita l'inversione facendo riferimento ad un banco di memoria relativo al tipo di pellicola scansionata, in cui sono memorizzati tutti i dati per ottenere la resa cromatica standard di quella pellicola. Il tutto nel dominio digitale. Va da sé che dai dati "raw" della scansione si possa ottenere qualsiasi resa di conversione, agendo semplicemente sul controllo dei colori. Il tutto scritto sempre semplificando i concetti.
Questa è la parte importante. Il risultato ottenuto in base a quali parametri. Ossia: un preset standard; un intervento soggettivo del tecnico; un intervento basato sulla ricerca filologica della resa originaria di quel film specifico (intervento di regista, dop o altre persone coinvolte a diverso titolo nella produzione; consultazione di archivi; comparazione con un interpositivo piuttosto che una stampa dell'epoca ed altro).
E' a questo punto che entra in scena il termine "filologico", con il significato che ad esso attribuisco.
Concludendo, dal punto di vista della colorimetria, dalla scansione di un negativo non si ottiene nulla, se non una copia digitale del negativo stesso. Certo, non è poca cosa, ma da ciò deriva la delicatezza del discorso e tutte le riserve del caso, in quando la realizzazione del color grading deve essere creata da zero. Se a riguardo della pellicola non è proprio vero (vedi banchi di memoria relativi), parlando della colorimetria specifica di un film (il look fotografico intenzionale), direi che, invece, il concetto è proprio questo.