...Interessante analisi della Censura de L'ASSASSINO , con alcuni documenti d'epoca, che se riesco , più tardi inserirò...:
"Sulla censura de
L'assassino :
PREMESSA
Questo breve paper sulla censura subita da ‘L'assassino’ ha il fine dichiarato di
valorizzare l'archivio Taddei come fonte inesauribile di stimoli e notizie; come
un vaso di Pandora, le 5 schede fronte e retro dedicate all'esordio
cinematografico di Petri (a cui vanno aggiunte le schede ‘Censura’ e ‘Petri,
Elio’) hanno permesso una veloce attivazione di quello che definirei l'universo
rizomatico-enciclopedico (e in quanto tale potenzialmente infinito) che ruota
attorno all'argomento. Merito della densità di informazioni aggregate dal
gesuita nelle sue piccole schede, che permettono un accesso facile e veloce
alla critica generalista dei quotidiani e dei periodici (tramite i ritagli) e a quella
di settore (tramite i timbri e i riferimenti scritti a mano).
LA POLIZIA CANCELLA LE PROPRIE ORME INFANGATE
Perché di polizia fondamentalmente si tratta: quella da pulire dal fango
dell'imputato Petri (qui al suo primo reato cinematografico), quella in divisa,
quella che deve apparire e nel modo giusto; poi c'è la polizia del cinema, o
forse faremmo meglio a chiamarla pulizia del cinema. Una polizia senza pistola,
ma con molto più potere, e con nomi noti: Tupini, Spagnuolo...
È una storia di esclusioni cattoliche, tagli democristiani, dell'affannarsi di una
produzione esausta che vuole a tutti costi vedere l'uscita della propria pellicola;
in sostanza il reiterarsi di un mood fascista dove l'ambizione del controllo
assoluto fa da padrona, e in cui non ci si fa problemi a plagiare una (ri)-fiorente
industria attraverso l'esasperazione della suddetta. E ‘L'assassino’ di Petri è a
conti fatti la summa di tutto questo; il crocevia dove si fa più assurdo, e in
quanto tale trasparente, il meccanismo censorio dell'Italia democristiana degli
anni '60.
Opera prima di Elio Petri, dicevamo, che però non è un outsider del cinema:
“Sceneggiatore assiduo di Giuseppe De Sanctis e collaboratore
occasionale di Puccini («L'impiegato») e di Lizzani («Il gobbo»)”
si legge nell'articolo di Morandini (pubblicato il 04/04/61 su La Notte), incollato
sul fronte della scheda numero 1 del Taddei dedicata al film.
Opera prima che viene purtroppo mutilata e resa per alcuni aspetti
incomprensibile da una censura assurda e stringente:
“E poi la censura ci ha messo il suo, guastando alcune scene intere.
Si sa come vanno queste cose: vi sono dei protagonisti (quello della
domestica) «toccati» in tal maniera dalla censura, che non si sa bene
che cosa succeda di lei; senza contare che la censura dovrebbe
censurare il già censurato, perché lascia pensare al peggio”
Si legge, invece, nel ritaglio a firma F. M. P. del 03/04/61, sempre sul fronte
della scheda numero 1.
È interessante notare, però, che una tale censura (di seguito riporterò quali
sono i tagli imposti) non venga menzionata sempre nei ritagli raccolti dal
Taddei... Corriere della Sera e Il Gazzettino, ad esempio non ne fanno
menzione; parimenti Il Giorno, Il Popolo, L'Italia, Tempo, Epoca, Rotosei, Oggi,
Settimo Giorno. A conti fatti, solo quattro dei 19 articoli raccolti dal gesuita
fanno riferimento alla censura. Eppure non si tratta di un film cosiddetto
invisibile: protagonista un Mastroianni fresco da ‘La dolce vita’, fiancheggiato
da una Micheline Presle, nota al grande pubblico per ‘Il diavolo in corpo’ di
Autant-Lara, e da un bravo Salvo Randone. Senza contare che, come già detto,
Petri stesso non era uno sconosciuto. Gli elementi di richiamo c'erano tutti, e
basterebbe guardare la voluminosità della relativa voce del Taddei (6 schede
fronte/retro sono una media alta per un film) per rendersene conto. Censura
della censura? Probabilmente no, visto il clima dell'epoca.
Ma quali sono dunque questi tagli? ‘L'assassino’ è sicuramente un odd man out
dei censurati, in anni in cui si puntava il dito contro «soggetti e temi di natura
erotica che assumono perfino aspetti pornografici» (cfr. 1960, “Da Polverelli
all'on. Tupini”, Cinema Nuovo, n° 146, pp.326-329); la censura si attivò, infatti,
perché la pellicola andava a toccare un tabù, la polizia.
“Dei poliziotti salgono le scale di un palazzo sporcando i gradini con
le loro scarpe infangate: tagliare l'inquadratura dell'impronta delle
pedate. Il commissario dice, accennando ad Alfredo Martelli, il
sospettato, che attende in un salotto: «Facciamolo innervosire un
po'»: cambiare la battuta, fargli dire: «Facciamolo aspettare». «Voi
appartenete ad una famiglia di sovversivi», dice il commissario ad
Alfredo: cambiare i «sovversivi» in «anarchici». «Noi sappiamo che
siete stato iscritto al partito comunista», diventa «Il vostro nome
onora spesso il bollettino dei protesti cambiari». Tagliato uno
sbadiglio del commissario. I poliziotti parlano in dialetto siciliano o
napoletano: ridoppiare alleggerendo il dialetto, chiede la censura. Il
commissario Margiotta dà del tu ad Alfredo: ridoppiare sostituendo il
tu con lei. Alfredo entra in cella: «che schifo...», dice. Tagliato, non ci
si esprime così nei riguardi delle prigioni italiane. E i poliziotti non
debbono mai apparire violenti: s'attenuino i toni troppo bruschi, si
taglino i buffetti sulle guance dell'imputato. I confidenti buttati
dentro la cella di Alfredo per provocarlo non debbono far capire
troppo la loro missione: via tutte le scene in cui li si vede mettere
d'accordo col commissario. «Era un ritratto troppo deprimente della
nostra polizia», ha spiegato un funzionario del ministero.”
Questi sono i tagli principali riportati in Cinema Nuovo n° 150 p. 143 del 1961.
Censure assurde ai nostri occhi, che portarono inevitabilmente alla
denaturazione di alcuni aspetti del film:
“‘L'assassino’ non è, e non voleva essere, un film contro la polizia:
anzi. Voleva solo mostrarla nell'adempimento del suo lavoro (ben
riuscito fra l'altro) senza quelle «eleganze formali» che la censura ha
imposto.” (da Vita del 27/04/61 del retro della scheda n° 2 del
Taddei)
Censure che, secondo Pietro Nuvolone, all'epoca docente ordinario di diritto
penale all'Università di Pavia, sono incostituzionali (cfr. “La supercensura del
signor Procuratore”, Cinema Nuovo n° 148, pp. 486-489):
“I limiti della censura amministrativa sono chiaramente indicati
dell'ultimo comma dell'art. 21 stesso, che dispone: «Sono vietate le
pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni
contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti
adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni». Da questa
disposizione emerge inequivocabilmente che la censura preventiva –
là dove non è espressamente vietata, come per la stampa – è
costituzionalmente legittima solo per impedire le offese al buon
costume (in corsivo nel testo, ndr). Ora, il concetto di «buon
costume» è un concetto che ha una precisa accezione giuridica: la si
deduce dal codice penale, che distingue le offese al buon costume
dalle offese alla morale, alla religione, al governo, ecc.; sono offese
al buon costume quelle che attengono alla sfera del riserbo sessuale,
e cioè del pudore. Il regolamento annesso al R. D. 24 settembre
1923 n° 3287 prevede, invece, un amplissimo controllo preventivo
anche in materia di «morale», di «reputazione e decoro nazionale»,
di «ordine pubblico», di «buoni rapporti internazionali», di «prestigio
e decoro delle istituzioni e autorità pubbliche», di «decoro e prestigio
dei funzionari e agenti della forza pubblica, dell'esercito e della
marina», di incitamento «all'odio fra le classi sociali», di «delitti o
suicidi impressionanti». Queste forme tutt'ora in vigore, sono
palesemente incostituzionali, perché ammettono una censura al di là
dei limiti, quelli del buon costume, espressamente stabiliti dalla
Costituzione.”
La censura de ‘L'assassino’ è, in breve, figlia di un regolamento obsoleto e
incostituzionale, nato poco prima delle cosidette leggi fascistissime... Quello
che c'è da chiedersi è perché la produzione abbia accettato i tagli e i
cambiamenti imposti (il ri-doppiaggio su tutti) pur di far uscire il film nella data
stabilita (ovvero nel periodo pasquale del 1961). E qui il discorso si complica...
All'uscita della prima pellicola di Petri, infatti, il panorama cinematografico
vedeva i suoi principali attori impegnati in una dura lotta con l'allora
democristiano Ministro del Turismo e dello Spettacolo, l'onorevole Umberto
Tupini (in combutta con personaggi come il Procuratore dott. Carmelo
Spagnuolo).
Meno di un anno prima l'onorevole Tupini inviava una lettera a Eitel Monaco,
presidente dell'Anica, che avrebbe messo in subbuglio per molto tempo il
settore cinematografico. Tupini avvertiva la categoria che da quel momento in
poi (l'estate del 1960) avrebbe cercato di arginare con ogni mezzo a sua
disposizione la decadenza morale e dei costumi dei soggetti cinematografici
prodotti in quel periodo. A posteriori sappiamo che l'Italia negli anni Settanto
divenne uno dei paesi più deregolarizzati in materia di censura, ma furono
proprio gli anni Sessanta il campo di battaglia di questa eterna guerra, e
‘L'assassino’ fu una delle prime vittime, una vittima eccellente."