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Blade Runner 2049

di CineMan , Dimitri Bosi , pubblicato il 08 Novembre 2017 nel canale CINEMA

“Blade Runner è uno di quei film con i quali era difficile confrontarsi, come con tutti i film cult - amati, studiati, stravisti e citati oltre misura - pieno di battute e immagini ormai entrate nell’immaginario collettivo...”

Introduzione: il giudizio di Dimitri Bosi


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A lungo caldeggiato e pensato, come web serie oppure come remake, alla fine come sequel, Blade Runner è uno di quei film con i quali era difficile confrontarsi, come con tutti i film cult - amati, studiati, stravisti e citati oltre misura - pieno di battute e immagini ormai entrate nell’immaginario collettivo. Anche se il suo finale si prestava perfettamente, per la sua ambiguità e indeterminatezza, ad un seguito come quello di oggi nelle sale e affidato al regista canadese Denise Villeneuve. 

Nel 2049 troviamo sempre un agente della polizia a caccia di replicanti, vecchi e disobbedienti, mentre nel frattempo la Tyrell Corporation ha un nuovo guru che è riuscito ad immettere sul mercato dei nuovi robot obbedienti e docili. Nel corso della sua caccia, il nuovo Blade Runner, interpretato da Ryan Gosling, fa una scoperta sconvolgente e potenzialmente sovversiva: una tomba contiene le ossa di una replicante che ha subito un taglio cesareo. Questa scoperta, che dimostra la possibilità dei robot di riprodursi, va cancellata e rimossa in quanto potenzialmente in grado di sovvertire il delicato rapporto tra esseri umani e robot.


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Su questo nucleo narrativo si dipana un film che tuttavia poggia la sua forza superlativa, in questo per nulla in minoranza rispetto al vecchio film, su immagini visionarie ed ipnotiche che non si dimenticano: elementi atmosferici- pioggia, nebbie e neve, sabbie -  ed ambienti urbani producono grigi, gialli, blu impastati alla perfezione dal direttore della fotografia, in questo caso più che mai coautore del film, Roger Deakins. 

Tanto ammagliante e suggestivo sul piano visivo, Villeneuve sfora sui personaggi, dando a tutti, protagonista compreso, un tono ed un passo melanconico e rassegnato, battute pronunciate con lo sguardo fisso nel vuoto, una sorta di distacco dagli eventi raccontati che in molti casi sembra incomprensibile e alla lunga irritante. Insomma tanto erano sofferti e patiti i protagonisti del film di Scott, nella loro indeterminatezza umana e robotica, tanto sono algidi questi, tutti presi però da un altro dilemma sul quale il regista sposta sapientemente l’attenzione, ovvero cosa è reale e cosa non lo è. Ologrammi, proiezioni nostalgiche e figure tremolanti del desiderio attraversano, non a caso, tutto il film suggerendo altre storie, percorsi affettivi, ricordi mancati e ritrovati che lasciano lo spettatore sospeso e indeterminato.