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Pagina 1 - In attesa di gustare un altro film orientale passato a Venezia - e che vi consigliamo caldamente - Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, potete intanto scaldare i motori con la visione dell'ultimo film di Takashi Miike, di cui abbiamo già recensito su queste pagine il funambolico Yattaman (link). Tra le due pellicole il super prolifico regista giapponese ha inserito ovviamente altre due o tre produzioni, tra cui anche il prossimo film che sembra portare la stessa ambientazione e nel titolo inglese (Hara-kiri: death of a samurai) richiama proprio il gesto rituale che apre il nostro 13 assassini: un hara-kiri di protesta contro lo strapotere violento e sadico di Naritsugu, un giovane signore feudale che uccide, violenta e mutila i suoi sudditi, ma che essendo il fratello dello shogun è, di fatto, al di sopra della legge. L'alto funzionario Doi tuttavia non ci sta a vedere simili storture e quindi ingaggia il samurai in pensione Shinzaemon Shimanda, un tipo tosto e tenace, che assolda 11 samurai per liquidare senza tante storie il sanguinario signore e la sua fedelissima scorta. Dopo un breve inseguimento, i nostri samurai decidono di tendere l'imboscata finale in un villaggio che per l'occasione verrà dotato di trappole e ogni sorta di arma, e in cui si compirà, come recita una scritta esibita da Shimada, un MASSACRO TOTALE. 13 assassini è come una molla. La prima parte del film prepara, comprime, come a raccogliere l'energia necessaria, le persone, gli oggetti, le forze, le emozioni, per poi rilasciarli nella seconda parte, in una deflagrazione devastante di scontri, morte, distruzione. All'inizio sembra di assistere a un film da camera, una silenziosa tessitura di luci basse, decentrate, neri sgranati, trame di palazzo in cui lo spettatore all'inizio si perde tra nomi e volti difficili da riconoscere, pareti divisorie che scorrono silenziose nella notte. E cosi avanti per metà film, il tempo di trovare i 12 samurai per lo scontro finale. Nella seconda parte le forze esplodono, una terribile mattanza invade il villaggio in cui intere strade sono lastricate di spade, case che implodono su se stesse, le lame dividono corpi e arti. I riferimenti sono tanti - I sette samurai, Kurosawa, il cinema western - eppure il film colpisce per la sua forza visiva e per il movimento impresso alla macchina da presa. Miike desatura colori e tiene tutto immerso in un grigio costante e funereo: triste è il mondo del samurai, la sua stessa filosofia, rinnegata, per fortuna, nel finale.
Alla scelta cromatica si associa quella di stare sempre addosso alle figure in maniera ossessiva anche negli scontri più cruenti: movimenti sporchi e frammentati, come nella straziante soggettiva della morte di uno dei samurai, eppure millimetrici nella loro precisione emotiva e spettacolare. E lo spazio si apre solo per alcuni istanti nel bosco e nel finale, in cui nello scontro decisivo il campo ridiventa lungo e penetra, in tanta desolazione, un raggio di sole.
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