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Una separazione (2011)
All'inizio sembra il solito film iraniano su quanto è sfigata la vita della gente in una teocrazia, specie se la teocrazia è islamica e sei nato donna. Per intenderci, uno dei film come "Il cerchio" del lontano 2000, o anche "About Elly" del 2009; tutti più o meno con lo stesso canovaccio: storia minimalista, personaggi animati di buone intenzioni e di animo pio, una situazione di normale quotidianità che si complica per piccoli incidenti ingigantiti dalle assurde regole buro-teocratiche locali, fino a toccare l'assurdo. Il tutto visto con lo sguardo di un regista nel cui cuore arde il sogno del libero occidente.
Insomma il prodotto perfetto per quel genere di pubblico che va al cinema per fremere di indignazione e rinforzare le idee che già aveva in testa prima di entrare in sala.
In questo caso c'é di mezzo un vecchio malato di alzehimer, un figlio affezionato che non se ne vuole staccare, una moglie che aspira ad una vita migliore, una bambina che vorrebbe solo una famiglia unita.
Poi l'imprevisto, a cui segue una sorta di dramma giudiziario all'iraniana. A questo punto la storia decolla ed assume lo spessore di un dramma familiare e personale molto ben rappresentato ed il valore intrinseco del film ci guadagna molto.
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L'impressione che si coglie è che i personaggi agiscano fondamentalmente come degli sprovveduti in buona fede e che si trovino a vivere situazioni (come l' accusa di aver causato un aborto con un gesto d'ira, o avere in casa un nonno con l'alzehimer, o adattarsi a lavori umili perché poveri e disoccupati) realmente difficili, che sarebbe un gran casino vivere anche con le "nostre" regole.
Quanto all'immagine del sistema giudiziario iraniano (giudice unico, assenza di avvocati, assenza di cancelliere, possibilità di accordo tra le parti) ho paura che alla fine risulti nemmeno tanto peggio del nostro.
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Paradossalmente potrebbe essere proprio la censura con le sue falsificazioni della realtà ad enfatizzare lo spessore umano di questi film: qui non ci sono giudici corrotti né poliziotti violenti né alcuno è mai veramente malvagio, non si fa sesso e nemmeno ci si bacia, non si dicono imprecazioni né parolacce. Alla fine il regista è costretto a concentrarsi sui sentimenti e sul dramma interiore delle persone, come ai tempi del miglior De Sica.
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Quanto al contenuto di denuncia sociale, confesso che non sono il tipo facile ad indignarsi (anche se "Il cerchio" 10 anni fa mi commosse), e la mia riflessione vuole essere diversa da quella dei più: chissà che con gli iraniani non finisca come con i cinesi, rispetto ai quali nemmeno 20 anni fa eravamo lì a indignarci con "La storia di Qiu Yu" (Zhang Yimou, 1992, sulle difficoltà della vita nelle aree rurali della cina), mentre oggi siamo ridotti a sospirare sognando che gli stessi cinesi comprino un po' dei nostri BOT e CCT. Perché se è vero che in certi posti avrebbero bisogno di un tantino di libertà in più è anche vero che dagli altri possiamo sempre imparare qualcosa, non importa quanto assurda o sfigata ci possa sembrare la loro esistenza.