![]() |
|||||||||
Stampa | |||||||||
|
|||||||||
Pagina 1 - Introduzione J. Edgar Hoover è stato uno degli uomini più potenti di tutta l'America. A capo dell'FBI per circa 50 anni, ha accompagnato presidenti (ben 8), guerre verso minacce vere e immaginarie, infrangendo spesso le regole in nome della protezione dei cittadini americani. La stesura di un memoriale è occasione per rivivere gli avvenimenti passati, dalla prima nomina alla caccia ai celebri gangster, con la nascita del moderno Federal Bureau of Investigation (FBI). J. Edgar non è un film biografico, almeno nel senso più classico del termine. La storia di Hoover non è raccontata attraverso un susseguirsi di episodi storici, presenti (dalle Pantere Nere a Martin Luther King, passando per John Dillinger, il Ku Klux Klan, il rapimento Lindbergh) ma spesso solamente citati. J. Edgar è un film che racconta le relazioni dello stesso Hoover con i suoi contemporanei. C'è Clyde Tolson (Armie Hammer) e il doppio rapporto privato/lavorativo, c'è la storica segretaria Helen Gandy (Naomi Watts) e l'ingombrante madre Anne Marie (Judi Dench), oltre naturalmente ai vari presidenti e politici incontrati lungo il cammino. Le relazioni sono raccontate nel dettaglio e tramite esse sono individuati i vari momenti storici, con precise conversazioni che se da un lato arricchiscono lo script dal punto di vista narrativo, dall'altro lo appesantiscono. La sceneggiatura di Dustin Lance Black (premio Oscar per lo script di Milk) a tratti è lenta ma soprattutto ripetitiva. Lo stesso meccanismo del flashback è uguale a se stesso per tutti i 137 minuti di durata, con la voce fuori campo di Hoover che ricollega le varie scene presentate. Dal canto suo Clint Eastwood dirige il film in maniera impeccabile. Classico nell'impostazione generale, Eastwood gira con la macchina da presa spesso inclinata verso l'alto o verso il basso, sottolineando stature politiche, rapporti personali e carismi dei personaggi sullo schermo. Spesso Eastwood inquadra la scena attraverso il riflesso di uno specchio o di un vetro, mentre enfatizza le riprese insieme al fidato direttore della fotografia Tom Stern con un sapiente gioco di luci e ombre, richiamando l'intrigata personalità dello stesso Hoover. In un paio di occasioni le riprese sono erroneamente fuori fuoco. Pagina 2 - Ricostruire 60 anni di storia Il film si snoda attraverso 6 decenni, per un periodo che va tra il 1919 e il 1972. Una lunga timeline che ha inciso in maniera importante sui reparti di illuminazione (si è passati dalle lampade incandescenti a quelle fluorescenti), scenografia, costumi e trucco. Quasi tutte le riprese sono state effettuate in California, nonostante Hoover avesse vissuto tutta la vita a Washington D.C. L'unico set reale dislocato a Washington è stata la Biblioteca del Congresso. Il resto dei set è stato completamente ricostruito, con scenografie difficili da realizzare come i vari uffici del Dipartimento di Giustizia, set ideati nello Sudio 16 dei Warner Bros. Studios. Con un corridoio largo 4 metri, un soffitto alto quasi 6 e una lunghezza di circa 36 metri, proprio il celebre corridoio del Dipartimento è stato uno dei lavori più imponenti. Anche il terrazzo del Dipartimento di Giustizia ha creato non pochi problemi, con un pavimento reale difficile da riprodurre a causa dei materiali costosi necessari. La soluzione trovata ha visto l'utilizzo di tecniche digitali sapientemente mascherate, con un supporto costruito su pannelli in fibra a media densità (MDF) con stampe delle foto del pavimento reale. La stessa cura storica è stata utilizzata anche nel reparto costumi, che seguendo l'evolversi della moda ha confezionato abiti e completi molto diversi tra loro (solo DiCaprio aveva circa 80 cambi di costume). E poi c'è chiaramente l'età dei personaggi, con un protagonista che parte da 24 anni per arrivare all'età di 77 anni nel 1972. E con lui anche i suoi più stretti collaboratori e conoscenti. Scartata l'ipotesi di effetti digitali (es. Il curioso caso di Benjamin Button), la produzione ha deciso di utilizzare unicamente il trucco, relegando la Computer Grafica all'estensione dei set cinematografici. Se il risultato per gli attori non protagonisti lascia in più di un caso qualche dubbio, il lavoro svolto per il ptrotagonista Leonardo DiCaprio è eccezionale. Con lenti a contatto per rendere gli occhi castani, un taglio di capelli particolare per simulare un aspetto squadrato, apparecchi ortodontici per modificare la forma del volto, una protesi al collo per evidenziare il doppio mento e uno strumento per aumentare le dimensioni del naso e deformarlo, Leonardo DiCaprio ha portato sullo schermo un giovane e deciso Hoover. Ma l'interpretazione si arricchisce con il passare degli anni, quando attraverso l'utilizzo di una protesi totale facciale, una parrucca e una protesi alle mani, l'attore americano ha saputo ricostruire un vecchio carismatico ormai in preda all'eccesso di potere e alla necessità di controllo sull'intero Paese. J. Edgar in sostanza è un film che certifica - per qualche irriducibile dubbioso - l'arte cinematografica ormai acquisita di Clint Eastwood (82 anni il prossimo 31 Maggio), che nonostante un ovvio calo fisiologico riesce comunque a confezionare film imperdibili al momento dell'uscita in sala. Si conferma anche l'abilità di Leonardo DiCaprio, che ormai riesce a scegliere i ruoli migliori e i registi che hanno fatto la storia del cinema: attualmente sta girando The Great Gatsby con Baz Luhrmann, è atteso da Tarantino per Django Unchained ed è in trattativa per il ruolo di Frank Sinatra nel nuovo film di Martin Scorsese. Per questo J. Edgar, peccato però per la sceneggiatura, che toglie almeno un voto pieno al nostro giudizio finale.
|
|||||||||
Pagina stampata da AV Magazine: https://www.avmagazine.it Vietata la copia e la distribuzione (anche parziale) senza la previa autorizzazione di AV Raw s.n.c. Per maggiori informazioni : https://www.avmagazine.it/sito/legale/ Copyright 2005 - 2025 AV Magazine AV Magazine - registrazione Tribunale di Teramo n. 527 del 22.12.2004 Direttore Responsabile: Emidio Frattaroli |