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Eccoci di nuovo qui. Con la seconda ed ultima parte termina il reportage del Roma Hi-Fidelity 2025 che si è svolto presso il Mercure West Hotel di Roma. Con la prima parte, che trovate a questo indirizzo, vi avevamo lasciato al piano meno uno. Concludiamo questo piano con la sala di AV Magazine (Shoot-out TV e diffusori di Gian Piero Matarazzo) e riprendiamo di seguito il racconto salendo le scale che ci porteranno ai piani superiori della manifestazione...
SOMMARIO
Shoot-out TVQuest'anno AV Magazine ha portato al Roma Hi-Fidelity una delle tappe del tradizionale "Shoot-out" tra televisori, un'occasione di confronto tra i TV più interessanti sul mercato in cui i vari prodotti sono messi fianco-a-fianco, tutti alimentati con lo stesso segnale, in modo da poter percepire chiaramente le differenze in un solo colpo d'occhio. Questo genere di confronti di solito vengono organizzati nei punti vendita. Questa volta il nostro Direttore ha voluto ampliare le dimensioni del pubblico portando i tre TV a confronto nel grande tavolo al centro della sala Domitilla, alternando di fatto lo shoot-out all'ascolto dei nuovi diffusori GPM Monitor One di Gian Piero Matarazzo che descriviamo appena più avanti. Il confronto è stato circoscritto ai TV con tecnologia OLED. Abbiamo quindi ospitato il Panasonic 55Z95B con tecnologia OLED WRGB, il Loewe Stellar 55 con tecnologia OLED WRGB e il Sony Bravia II, sempre con diagonale da 55" ma con tecnologia QD-OLED: tre riferimenti assoluti nella loro fascia di prezzo e con differenze marcate, anche tra i due TV che condividono la stessa tecnologia. I confronti sono stati effettuati sia con segnale a gamma dinamica standard (il classico Full HD), sia con segnali 4K HDR10, sia con i TV in default, sia dopo una accurata calibrazione, a cura di Emidio Frattaroli. Troverete un resoconto completo con l'analisi delle differenze tra i tre TV a questo indirizzo.
AV Magazine: GPM Monitor OneNella stessa sala Domitilla presidiata da AV Magazine, anche la parte audio catturava subito l’attenzione, complice una scena sonora davvero immensa, letteralmente proiettata sugli ascoltatori dalle casse GPM Monitor One di Gian Piero Matarazzo, di cui troverete un'analisi approfondita in questo articolo, in attesa di un test con misure elettroacustiche che sarà pubblicato a breve. Seduto su una sedia, nel corso delle demo Gian Piero si metteva a parlare con gli appassionati presenti, come si fosse in famiglia. Di seguito, il resoconto. Il diffusore è nato su commissione del nostro Direttore Emidio Frattaroli, ma il progetto aveva radici ben più lontane, poiché prendeva le mosse da un vecchio prototipo. Il progettista Matarazzo raccontava un percorso tutt’altro che lineare: inizialmente gli venivano forniti due driver, che non lo convincevano. Tornato a casa decideva di ripartire da zero, scegliendo componenti Scan-Speak. Prima ancora di mettere mano al mobile, la priorità assoluta era stata quella di individuare una compatibilità meccanica. Interessante appare la scelta di non utilizzare alcun anello attorno al tweeter: le risonanze risultavano già sotto controllo e ciò veniva confermato anche da prove accelerometriche. Grande attenzione era stata posta al trattamento, sia interno che esterno, del condotto con materiale assorbente in poliuretano ad alta densità (32–33 kg/m²), dosato con criterio. A quel punto si entrava nel vero terreno minato: il crossover, dove erano in agguato perdite, risonanze interne, inevitabili compromessi. Inizialmente veniva adottato un quarto ordine, che però non convinceva del tutto. Si valutava anche un primo ordine acustico, con misure effettuate microfono alla mano: la pendenza c’era, ma bisognava fare molta attenzione, perché sarebbe stato facile essere inesatti, in questa fase. La filosofia chiara e dichiarata del progetto era minimalistica: "less is more". Nessuna unità di ritardo sul tweeter: gli offset erano già corretti. Una volta finalizzato il filtro, si è iniziato a lavorare sulle fasi, accettando consapevolmente di rinunciare a una risposta più “dritta” in favore di una migliore coerenza. Scelta che ha pagato: con un solo diffusore in funzione, la voce della cantante si materializzava dietro, esattamente al punto giusto. Emidio aveva insistito molto per un carico variabile, che scendeva a 4, poi a 3 fino a 1,8 Ohm. Il suo amplificatore andava in crisi, ma lo stesso diffusore, ascoltato in altro contesto, suonava in modo eccellente. Con il tweeter leggermente in anticipo, la scena tendeva lievemente ad arretrare, ma l’obiettivo era chiaro: espandere il fronte sonoro in larghezza, a destra e a sinistra. Venivano fatte misure rapide per verificare l’eventuale distorsione all’incrocio a 105 dB, ma tutto restava sotto controllo. Le casse erano quindi state vendute alla commitenza. Oggi, però, vengono ripresentate all'ascolto in una saletta che purtroppo non le valorizza appieno. Si è tentato di operare qualche aggiustamento, ma il pubblico era troppo lontano dalla parete di fondo. Il dato di fatto era che la forma dell’ambiente non aiutava l'ascolto. Anche il set utilizzato era decisamente minimalista. Come sorgente era in uso un lettore universale Oppo dell’ultima serie prosotta, un amplificatore finale Audiophonics con architettura in classe D powered by Hypex nCore modules. Gli speaker di Matarazzo erano sorretti da supporti Solidsteel. Partiva quindi No Sanctuary Here di Chris Jones tratto da Roadhouses & Automobiles e l’impatto era immediato: il palcoscenico era ampio, credibile, con una fisicità che metteva subito a proprio agio. Subito dopo arrivava Fanfare for the Common Man e la sensazione era quasi spiazzante per quanto appariva solido quanto veniva sonicamente restituito. La musica proseguiva e Gian Piero chiosava: “il basso deve fare tum, non dum”. Partiva Don’t Worry, Be Happy di Bobby McFerrin. Qualcuno osava persino far partire alcuni brani del famigerato “trituraimpianti” dell’AV Magazine Roman Panel, che questo setup digeriva con una disinvoltura quasi imbarazzante. Facevano seguito interessanti puntatine in area classica. Il risultato? Esibizione di una grande scena e di una davvero notevole dispersione orizzontale: gli speaker emettevano un suono particolarmente convincente. Solo a volumi davvero elevati i fiati tendevano forse leggermente a scomporsi, quasi sicuramente per via dei citati limiti ambientali. Un set che suonava, eccome, quando gli si concedeva lo spazio – fisico e acustico – di cui necessitava.
TSOTV - Stefano ZainiArrivati in fondo al corridoio del primo piano, sapevamo già cosa ci aspettava: la sala di The sound of the valve. Per nulla al mondo ci saremmo persi la corsa sul famoso roller coaster di Stefano Zaini. La solita stanza angolare era immersa in una semioscurità quasi rituale: luci basse, pubblico raccolto e concentrato, nessuna distrazione superflua. Un vero e proprio Tempio esoterico. L’ambiente era freddino, e paradossalmente ciò costituiva un non indifferente vantaggio competitivo: le valvole del pre potevano essere spremute a dovere senza surriscaldarsi, mantenendo una stabilità timbrica che in effetti si appalesava sin dai primi secondi di ascolto. Il setup era lo stesso che avevamo sentito a Milano, ma qui la stanza era ben più piccola, raccolta, meno dispersiva, il che cambiava inevitabilmente la percezione del suono. “Venivano usati una meccanica CD dCS Verdi La Scala collegata ad un DAC DAD (Danish Audio Design) AX-24, macchina dalla chiara vocazione professionale con convertitori supponibilmente proprietari che riescono a risolvere sample in 24 bit PCM fino a 384 kHz, in DXD fino a 352.8 kHz, in DSD 64 & 128 FS, con sincronizzazione esterna a AES 11, word clock, super clock o video, nota per garantire una conversione lucida, aperta e viva, e bassi controllati. Al CD veniva alternato un registratore a bobine Otari. Il segnale veniva inviato ad un preamplificatore valvolare The Sound of the Valve - Breathe. Poi veniva indirizzato verso un crossover elettronico stereo attivo americano Samson Technologies S-3-way che divideva le frequenze e le inoltrava alla triamplificazione allo stato solido The Sound of the Valve - Why Not. Il segnale amplificato veniva quindi riprodotto alle tre serie di morsetti di ingresso degli speaker a dipolo ad alta efficienza Quasar. I Quasar sono due grandi speaker open baffle, frontalmente enormi ma al contempo sottilissimi in profondità, con driver collegati in serie e in parallelo, che contengono 4 woofer identici da 38 cm, un medio e un tweeter a nastro. Interessante ricordare che il midrange usava un componente pregiato, un Lowther PM2a in AlNiCo3 (dotato di un magnete particolarmente ben strutturato), che veniva fatto lavorare su una banda di frequenza particolarmente larga, dai 200 ai 10.000 Hertz, sopra la quale interveniva invece il tweeter a nastro, fino ai 25.000 Hz. I woofer operavano su una gamma particolarmente bassa, che non oltrepassava i 199 Hertz. Per la natura dipolare degli speaker è opportuno porre particolare attenzione al loro posizionamento e in particolare alla loro prossimità dal fondo e dai lati della sala, oltre alla necessaria cautela sull'uso di materiali non troppo assorbenti in ambiente.” Veniva programmata una delle versioni introvabili (per noi umani, non per il Patron dell’Hi-Fidelity, Stefano Zaini) di The Wall e l’effetto era assicurato: The happiest days of our lives veniva spremuto fino all’ultima goccia, il suono entrava nelle ossa senza chiedere il permesso, diretto, fisico, senza freni. Le pale roteanti a forte velocità dell’elicottero ti catapultavano sulla scena sonora come le scene iconiche degli elicotteri di Apocalypse Now di Francis Ford Coppola facevano col Vietnam, solo che al posto della Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner suonavano i Pink Anderson e Floyd Council e la sala, gremita, improvvisamente iniziava a trattenere il fiato per lo spettacolo. Un famoso spot pubblicitario di pneumatici italiani recitava che "la potenza è nulla senza controllo", salvo quando ci sono entrambi (aggiungeremmo noi), come avveniva qui! I woofer massicci spingevano con autorità, il nastro a bobine donava calore e matericità e tutto conviveva in un equilibrio sorprendente, senza artifici, senza riverberi, senza ritardi. Il risultato era un live vero, non la sua solita, pallida ricostruzione. Ogni frequenza trovava il suo spazio: i bassi erano solidi e controllati, il medio alto non diventava mai tagliente, la scena si allungava e si allargava riproducendo una tridimensionalità credibile, mentre il dettaglio rimaneva sempre funzionale alla musica, mai esibizione pura, diretta a stupire. Sulla destra riluceva un Fender Jazz Bass a cinque corde con magneti DiMarzio in bella vista; a sinistra una chitarra Yamaha e una Fender Telecaster completavano il quadro scenico. Quando partiva Mother, di natura più intima e raccolta, la chitarra e la voce emergevano con una presenza palpabile, ma qui il piccolo ambiente mostrava il suo limite: alcune riflessioni si sovrapponevano e creavano momenti di lieve sovrapposizione, come se la stanza faticasse a contenere l’enorme energia che sprigionava l’impianto. Stefano se ne accorgeva immediatamente e operava una lieve diminuzione del volume: la scena subito si ricomponeva, la voce respirava meglio, gli strumenti ritrovano il loro spazio e le orecchie che sanguinavano di piacere trovavano quel po’ di pace che sotto sotto forse nemmeno desideravano davvero. L’ibridazione tra pre valvolare e finali allo stato solido spingeva il set con una forza impressionante senza mai eccedere per via della calda tonalità del preamplificatore, mentre le casse triamplificate - ultima versione di un sofisticato progetto esclusivo di Zaini - mantenevano un controllo che sorprendeva per coerenza e impatto. Qui la filosofia degli impianti gigantici appariva pienamente reificata: bando alle finzioni e alle spettacolarizzazioni, no bells and whistles: solo realismo, potenza e presenza. Anche con i limiti naturali dell’ambiente, la sensazione era quella di essere dentro un live pieno, coinvolgente, quasi trance-inducente, e guardando al pubblico assorto si capiva che l’obiettivo era stato centrato in pieno. La sala si distingueva anche per via del curioso effetto fisico dato da soli ingressi continui e costanti, senza nessuno che volesse lasciar spazio ad altri: andrebbe studiato con cura!
CharioAppena entrati nella sala Chario ci accoglievano i piccoli graziosi diffusori verde acqua della serie Unica Zerocento, sospesi su supporti piuttosto alti e pilotate dalla sorgente CD31 di Primare con amplificazione Manunta Classic. Partiamo dal meraviglioso Wish you were here reinterpretato da Kirsti Huke nel suo Deloo da cui subito si capiva che la fisica avrebbe dettato le regole: la gamma bassa era praticamente assente, come d’altra parte un po’ ci si aspettava da diffusori così compatti, e al suono mancava un po’ la consistenza donata da un woofer anche piccolo ma ben progettato. Eppure, proprio quando pensavamo di aver capito tutto, arrivava la sorpresa: la scena si apriva in modo quasi miracoloso rispetto al form factor, ampia, ariosa, tridimensionale, con una voce centrata e leggermente avanzata che beneficiava della leggerezza del medio basso. Il dettaglio non era certo chirurgico, ma sufficiente a delineare bene gli strumenti, con quel tocco di “radiolina” che, in questo contesto, assumeva quasi un carattere positivo, con tanta aria intorno. Con il cambio brano, si passava ad un’altra reinterpretazione, questa volta di Chiara Civello, con Via con me, tratto da Canzoni: scelta coerente per mettere in luce la gamma media, e infatti la sensazione restava simile. La voce era presente, la scenografia corretta, ma il corpo rimaneva leggero e il medio basso continuava a essere timido, mentre il tweeter, lievemente tagliente, tendeva a prendersi la scena. Si percepiva la dimensione dei driver, davvero piccoli, ma anche forse il fatto che venisse chiesto loro più di quanto si sarebbe potuto pretendere. Arrivava poi il momento del confronto: si passava alle Chario più grandi, le Cielo, e la stanza cambiava letteralmente suono, complice anche il nostro debole orecchio che si era abituato al precedente. La gamma bassa compariva all’improvviso, piena, profonda, con un medio basso finalmente presente e capace di sostenere la voce senza farla diventare squillante. La scena si abbassava leggermente, complice il tweeter posizionato più in basso, ma restava ben definita, mentre la stanza – non enorme – cominciava a saturarsi nei passaggi più energici, con qualche riflessione che iniziava a prendere corpo. Il salto tra le piccole e le grandi era netto: non cambiava solo il corpo, ma la percezione stessa dello spazio, della profondità, dell’impatto fisico. Le piccole puntavano tutto su leggerezza, apertura e una scena sorprendentemente ampia; le grandi portavano con loro peso, presenza, un carattere più live che studio, anche a costo di perdere qualcosa in termini di dettaglio fine. Un ascolto che metteva in chiaro quanto le dimensioni e la configurazione dei diffusori possano trasformare radicalmente la resa musicale, il modo in cui la voce si staglia nello spazio e la sensazione fisica che la musica riesce a trasmettere all’ascoltatore.
MicroSound TechnologyNella sala MicroSound venivamo accolti da un’atmosfera purtroppo già compromessa: il mediatore tecnologico parlava a voce alta con alcuni visitatori, interrompendo il flusso musicale e rendendo difficile immergersi nell’ascolto, una scena già vista a Milano ma che continua a lasciare l’amaro in bocca. La stanza era trattata solo in parte, con pochi pannelli, e il volume leggermente sopra alle righe portava la saturazione a manifestarsi immediatamente. Le riflessioni si sommavano al segnale e la bella voce di Freya Ridings in Lost without risultava calda, estesa e naturalmente vellutata, ma perdeva un po’ della sua aria, come se fosse stato posato sulla gamma alta un velo leggero che rendeva meno facilmente intelligibili le sfumature più fini. Con il cambio di brano, si godeva della piacevole compagnia dell’immarcescibile Nils Lofgren Band e del suo Bass & drum info, tratto dal suo più famoso lavoro “Live”. A questo punto, però, il diffusore era chiamato a gestire una complessità sonora diversa e maggiore: l’ambiente continuava a farsi sentire, ma qui il sistema riusciva a mostrare il suo lato migliore. Il dettaglio era buono, la dinamica vivace, la velocità convincente; il basso, pur provenendo da un bookshelf, sorprendeva per articolazione e precisione, rapido e asciutto, senza code né rigonfiamenti. Il medio alto, invece, soffriva ancora delle riflessioni, perdendo un po’ di naturalezza e risultando talvolta più brillante del necessario. Nonostante tutto, il diffusore manteneva un controllo davvero notevole, riuscendo a delineare gli strumenti anche nei passaggi più energetici e conservava una scena sufficientemente chiara per seguire la direzione dei musicisti, pur compressa dall’acustica ambientale non ideale. Il finale ibrido Microsound, già sinceramente apprezzato a Milano, confermava qui appieno le sue qualità insieme ai diffusori Praelude 2.0: trasparente, leggermente sibilante ma mai affaticante, restituiva un suono netto e cristallino, quasi da palco, con un basso che ricordava l’impatto diretto di un finale da chitarra usato per amplificare uno strumento elettrico. Le percussioni erano rapide, il famoso duetto tra batteria e basso risultava ben articolato, anche se i timpani risultavano un po’ leggerini e i colpi di grancassa perdevano parte del loro naturale peso specifico. Lo XAI 20 (a due telai, con sezione alimentazione separata), dotato di parte pre a valvole la cui testa rimane in bella vista (non solo per ragioni di scambio termico, immaginiamo), aggiunge un tocco scenografico grazie ai VU meter ambrati a luminosità regolabile, mentre le connessioni rivolte verso l’alto potrebbero risultare meno pratiche da usare e forse esteticamente non del tutto convincenti, una volta collegate ai cavi. Ma nell’insieme si tratta decisamente di un bell’apparecchio. Da segnalare anche il DAC CD A1, dotato dei caldi convertitori Burr Brown PCM1792A. L’ultimo brano metteva in luce una timbrica piacevole, che evidenziava però anche una certa mancanza di impatto e di gamma media, pur mantenendo un’altezza della scena davvero adeguata. È un ascolto che, al netto delle condizioni non ideali, lasciava intravedere un potenziale davvero notevole e ribadiva quanto l’acustica della sala possa influenzare in modo determinante la resa di un sistema anche molto ben progettato. Da seguire con attenzione.
AudelAudel è un’azienda italiana nata nel 2008, con sede in Sicilia, in provincia di Palermo, che si occupa di diffusori e sistemi audio ad alta fedeltà. Fondata da Walter Carzan, la società combina competenze di progettazione industriale con un’estrema attenzione ai materiali. I prodotti Audel si distinguono per l’uso di legni pregiati, lavorati con precisione, e per un approccio che cerca di bilanciare un’estetica particolarmente curata con le prestazioni sonore. La sala Audel conferma la cura quasi artigianale con cui Walter, architetto per formazione ma anche vera e propria anima del marchio, costruisce e poi racconta i suoi prodotti. La dimostrazione era anticipata da un lungo racconto sul brand e della politica di vendita con la descrizione anche dei prezzi e degli (evidenti) benefici per l’acquisto in fiera. La filosofia commerciale è particolare: vendita diretta o tramite negoziante, con un margine ridotto del 35% proprio perché i volumi di produzione non sono immensi; sono inoltre previsti uno sconto fiera, la spedizione gratuita e soprattutto l’attivazione del programma Audel Direct, che consente di provare a casa un prodotto demo che suonerà come il vostro dopo sei mesi di rodaggio, perché – come dice Walter – “in negozio suona tutto da Dio”, ma è a casa che si capisce davvero come vanno i prodotti. Anche questa esperienza più business e meno acustica rappresenta un piacevole evento nell’evento. Dopo questa introduzione (piuttosto estesa, a dir la verità) si partiva con l’ascolto. L’amplificatore era un U-Amp in classe D, il DAC un U-DAC e i diffusori dei Nika: tutto unibrandizzato. Il set riproduceva un brano semplice, con sola voce maschile, per mettere in luce la lunghezza della linea di trasmissione del modello più piccolo, presentato dopo quindici anni di ricerca e sviluppo. La scena era adeguata, la timbrica corretta, le medie – come prevedibile – in primo piano, mentre non era immediato capire se il driver fosse unico o concentrico. Sotto la cassa si notava lo “sfogo” della linea d’asse: molto legno, molta cura estetica e costruttiva, ma l’articolazione sonora complessiva era difficile da focalizzare ascoltando un brano così essenziale. Si passava quindi alla musica classica: il sistema emetteva archi e fisarmonica con una scena coerente e un equilibrio tonale che rimanevano piacevoli, pur senza impressionare per estensione o microdettaglio. È stato un ascolto che lasciava più sensazioni che certezze, complice la scelta dei brani da parte del patron e mediatore tecnologico (al contempo) e la natura stessa del diffusore, ma la passione e la chiarezza con cui Walter raccontava il suo lavoro rendevano evidente quanto Audel continui ad essere un marchio profondamente legato alla sua identità, alla lavorazione del legno e a una filosofia di ascolto domestico, concreto e lontano da ogni artificio. Uscivamo dalla sala piacevolmente incuriositi: qualcosa di fresco, nuovo, ben costruito, non troppo esoso anzi quasi abbordabile. Avanti così!
Birdbox RecordsLasciamo il focus sulle elettroniche e diffusori per immergerci nel mondo della creazione della musica con BirdBox, un'etichetta discografia fondata nel 2021 da Lorenzo Vella (sound engineer e direttore di Nightingale Studios) che si trova a Palombara Sabina, un comune in provincia di Roma. Il set era composto da due registratori a bobine, uno Studer A807 e un Sony APR-5003V (unico modello della serie con time-code), un giradischi Technics SL-Q2 con testina Clearaudio Virtuoso Wood, un preamplificatore phono NAD PP 2e, un ampli cuffia/DAC (ESS 9038 onboard)/Pre Audio-GD D28.38, due pre microfonici Ampex 250 a valvole usati come pre linea, due piccoli monitor attivi da studio Neumann serie KH120 con l’aggiunta, questa volta, di un subwoofer sempre della Neumann, oltre ad un trasformatore a 115 Volt, probabilmente diretto ad alimentare i californiani Ampex, non multvoltage multihertz. Nel corso della demo abbiamo ascoltato solo vinili. La sala era infatti dedicata alle registrazioni analogiche su nastro e costituiva in senso positivo una piccola oasi fuori dal tempo: qui non si vendevano macchine, ma si faceva ascoltare musica catturata con cura maniacale. L’ascolto partiva subito con Acoustic Workshop | Space Light Color Vol. 1, che faceva materializzare nell’aria una tromba che emergeva viva, materica, quasi palpabile. Poi arrivava la chitarra, sorprendentemente vivida, con quella presenza tipica delle riprese in studio realizzate con professionalità. Il piatto Technics utilizzato era un modello economico, così come il pre microfonico NAD, eppure il risultato era incredibilmente-credibile: gli speaker Neumann (non a caso marchio votato alla costruzione di prodotti da studio: si scrive Neumann, ma si legge U87, il famoso microfono a condensatore) che sembravano quasi dei nearfield, restituivano un’immagine ravvicinata, intima, come se si fosse seduti ad un metro dai musicisti. Si passava a una registrazione più dinamica, cambiava l’LP, e la buona testina esibiva le sua qualità. L’ultimo brano del lato A era rischioso: un pezzo molto dinamico messo all’inizio del disco può portare a distorsioni, ma qui la resa rimaneva sorprendentemente pulita. Il chitarrista era Francesco Mascio, e il brano era ricco di immagini sonore: la cima della barca che si tendeva sul molo, le rondini evocate dal bassista, un contrabbasso ripreso con grande sensibilità. In questo passaggio gli speaker erano aiutati dal subwoofer, e il contrabbasso – forse suonato con archetto – acquistava corpo e presenza. Purtroppo il sub era decentrato e questo portava a uno sbilanciamento del suono verso destra, nonostante notoriamente l’emissione in gamma bassa venga percepita come onnidirezionale, forse per via del suo taglio alto che provava a compensare la leggerezza sul registro grave degli speaker: un vero peccato, perché artisticamente il brano ci è sembrato bellissimo. Con Romantique Duniya, sempre di Francesco Mascio, Lorenzo ci faceva entrare in un viaggio che attraversava Irlanda, Francia, Africa e Arabia: ad arricchire la narrativa dell'album ci sono i contributi di un insieme diversificato di musicisti provenienti da Irlanda, Iran, Libia e Gambia. Qui la gamma ultrabassa, molto contenuta o quasi assente, permetteva al resto dello spettro di riacquistare centralità: la fisarmonica era resa con una naturalezza analogica sorprendente, e i vinili – numerati e per lo più da 180 grammi – contribuivano a una sensazione complessiva di solidità e pulizia. Arrivava poi il momento di un brano con vibrafono e il sistema continuava a mantenere un carattere old school nel miglior senso dell’espressione: caldo, diretto, senza artifici. Originale il selettore posto in alto a destra sugli speaker, che permetteva di tagliarli a 56 Hz, mentre il subwoofer rimaneva controllato, mai slabbrato ed esibiva un comportamento esemplare. Si è trattato di un ascolto onesto, che non puntava alla spettacolarizzazione, ma a riprodurre la verità colta dalla registrazione: un approccio sincero, quasi didattico, che metteva al centro la musica e la mano di chi l’aveva suonata, più che l’impianto che la riproduceva. La dimostrazione ci ha convinto appieno e ha confermato quanto, nell’epoca della musica consumata urbi et orbi, una registrazione ben fatta costituisca una rara avis al punto da assurgere ad un ruolo di rilievo assoluto. Davvero bravi!
DSz AudioIl brand lo avevamo già notato nel 2024. Nata all’interno del mondo del car audio, DSZ Sound of Emotion è una società gestita da un gruppo di giovani (il che ci fa particolarmente piacere), entusiasti e molto disponibili. La sorgente è liquida da PC, il segnale passava poi attraverso un NAD Master Series 1000 e un Rotel multicanale RB985 che chiudeva la catena. La scelta del multicanale invece che del finale stereo era dovuta all’uso di 4 dei cinque canali usati per amplificare separatamente le vie basse e le vie alte delle casse Zoè, dotate dei classici 4 morsetti ognuna ed elevate su piedistalli in vetro DSz. Non era dato sapere se i segnali delle vie alte e basse fossero in qualche modo trattati nella parte sotto al tavolo. Un DSP 208 della Dayton Audio giaceva scollegato ed esposto. Parliamo quindi nell’insieme di macchine ultraselezionate ma un po’ anzianotte e sicuramente non esoteriche, anzi dal costo attualmente alla portata di ogni tasca. Si partiva con Geoff Castellucci e la sua Sixteen Tons: appena entrava in campo la voce profonda, il woofer si faceva sentire con decisione, perché le vie erano nettamente separate e la gamma bassa scendeva con una profondità sorprendente per la tipologia del diffusore. L’immagine appariva leggermente arretrata, come se la scena si posizionasse un passo indietro rispetto alla linea d’ascolto, e si percepiva una certa carenza in gamma media: si materializzava come un piccolo spazio vuoto tra la parte più bassa dell’emissione della tromba e quella più alta del woofer che non sempre riusciva a ricomporsi. Con Estate di Chris Botti, tratto da Italia, la resa migliorava sensibilmente: la tromba risultava ben focalizzata, la timbrica appariva credibile e la sala sembrava reagire meglio, stimolata com’era da un brano più arioso e meno centrato sulla voce profonda. Nel complesso è risultato un ascolto interessante, con spunti tecnici originali e una buona resa timbrica sugli strumenti solisti. Riteniamo vada premiata la giovane età del team e l’evidente desiderio di sperimentare soluzioni fuori dagli schemi. Ripasseremo con piacere ad ascoltare le evoluzioni della loro filosofia costruttiva.
Centro Musicale - TechnicsLa composizione della sala di Centro Musicale è purtroppo la medesima che avevamo ascoltato all’analogo evento milanese: un setup essenziale, quasi dimostrativo, costruito attorno al giradischi Technics SL‑1500C e ai diffusori attivi SC‑CX700 sempre della Technics, curiosamente appoggiati su supporti Focal. Sotto al giradischi spuntava una multipresa Dynavox X4100, mentre sul grande schermo Hisense veniva proiettato con un UST di Hisense un filmato professionale che accompagnava l’ascolto. Nel setup si respirava un certo clima casalingo e questo ci è piaciuto. L’ambiente, però, era praticamente privo di trattamento acustico: solo due grandi banner in tessuto morbido ai lati, nulla che potesse davvero controllare riflessioni o risonanze. La resa iniziale era chiara: il sistema sembrava vivere quasi esclusivamente nella gamma media, con bassi e alti molto trattenuti, emettendo un suono lineare, pulito, ma povero di estensione, come se tutto fosse compresso in un’unica fascia tonale. L’ingombro decisamente ridotto dei diffusori giocava sicuramente un ruolo, così come la scelta di un’impostazione volutamente onesta e non pretenziosa. Con Sunny reinterpretata da Laura Fygi nel suo Jazz Love, il quadro generale migliorava sensibilmente: il programma musicale appariva più adatto al carattere del sistema e la voce, centrata nella gamma media, veniva riprodotta con coerenza e con una certa piacevolezza. La scena, sorprendentemente, rimaneva percepibile anche ascoltando fuori dallo sweet spot, complice la leggera inclinazione verso il centro degli speaker che aiutava a mantenere un’immagine stabile. Nel complesso l’ascolto appariva corretto, ordinato, con una linearità che può piacere a chi cerca un sistema compatto e poco invadente, anche se l’evidente mancanza di estensione agli estremi di banda inevitabilmente limitava l’impatto emotivo. Si tratta insomma di un setup che funziona meglio con brani centrati sulla voce e sulla gamma media, poiché fatica a restituire profondità e corpo, quando la musica richiede respiro e dinamica.
Exhibo: Sennheiser, KlipschExhibo è un'importante realtà italiana nel settore della distribuzione audio. Nel 2025 si era già resa protagonista con l'ampliamento del proprio portafoglio, accogliendo tre marchi di riferimento nel panorama Hi-Fi europeo: Canton, Magnat e Cyrus Audio. Tra i vari brand nel suo portafoglio troviamo anche Sennheiser, che quest’anno ha compiuto il suo 80° compleanno. All’interno della sala non troviamo solo la bensuonante soundbar Sennheiser: l’esperienza di ascolto spiazzava, perché non sembrava possibile che tutto quel ben di Dio provenisse da una - seppur sofisticata - soundbar. Erano stati allestiti due sistemi paralleli: un set con la Sennheiser Ambeo Max (da circa 2.500 euro), affiancata da un subwoofer Audiopro posizionato sulla destra e dallo snellissimo ed elegante microfono a stelo 508614 sempre sulla destra (l’unico che siamo riusciti ad ascoltare). Era inoltre presente un altro set, composto dalla soundbar Klipsch Flexus Core 200 3.1.2 (by Onkyo) con il sub dedicato R8-SW sulla sinistra. Infine c’era una coppia di speaker Klipsch The Sevens. Un lettore blu-ray Panasonic era stato nascosto dentro il mobile, quasi a voler lasciare tutta la scena alle barre governate da sofisticati algoritmi. La demo partiva con un disco demo Dolby Digital e l’effetto era sorprendente: attivando un'apposita opzione, il posizionamento del suono nello spazio diventava tridimensionale con un risultato che sarebbe stato ritenuto impossibile da raggiungere con un sistema all‑in‑one. La soundbar sfruttava anche i diffusori laterali montati sui lati trapezoidali, e la mappatura ambientale eseguita dall'apposito microfono lavorava alla perfezione in una stanza con pareti laterali ravvicinate, quasi fatta apposta per accogliere le riflessioni e amplificare l’effetto ambienza. Un ambiente raccolto agevola la tecnologia che legge dimensionalmente la risposta della stanza e corregge digitalmente il segnale in uscita al fine di restituire un’immagine sonora che finisce letteralmente coll’avvolgere l’ascoltatore. Quando ha preso avvio il brano di ballo spagnolo tratto da Mission Impossible 2, la resa era incredibilmente fisica: si percepiva la consistenza delle tavole di legno sotto i piedi dei ballerini (un dettaglio che di solito richiede l’uso di diffusori multicanali di qualità): onestamente solo in un altro caso avevamo potuto apprezzare un impatto spaziale di questo livello derivante da una semplice barra sonora. Il sub con i due radiatori passivi laterali che proiettavano energia sulle pareti, contribuiva a dare corpo e presenza senza mai esondare, diventando slabbrato o invadente. La gamma bassa era controllata, rapida, e si integrava sorprendentemente bene con la soundbar. La scena rimaneva stabile anche con il passaggio a contenuti più musicali, come la sequenza ambientata a Montecarlo: qui la soundbar confermava la buona capacità di ricostruire ambienti ampi, con riverberi credibili e una separazione che, pur non potendo naturalmente competere con un impianto tradizionale, risultava comunque molto più raffinata di quanto ci si aspetterebbe da un sistema compatto all-in-one con sub. Si è trattato di una dimostrazione che ha messo in luce quanto la tecnologia di beamforming e la calibrazione ambientale possano trasformare una soundbar in qualcosa di molto più coinvolgente rispetto al solito audio TV standard. In una stanza piccola e dimensionalmente adeguata come questa, l’effetto era davvero sorprendente. Eccellente.
Spirit TorinoSpirit, come sappiamo, è un marchio italiano di primaria importanza nel settore delle cuffie. Ma non solo. Tra i corridoi della fiera se ne parla quasi sottovoce, come di una novità che sta arrivando senza fare troppo rumore ma che molti stanno già osservando con curiosità: le elettroniche cinesi di nuova generazione. Dopo aver visto Tonewinner a Milano, questa volta è Spirit Torino a riportare in fiera un nome che tra gli appassionati più attenti circola da anni: Audio‑gd. Si tratta di uno di quei marchi che non seguono la via della produzione di massa, ma scelgono un percorso più artigianale, più radicale, più da iniziati. È una realtà di nicchia che si è guadagnata rispetto e credibilità proprio perché ha deciso di non uniformarsi al modello industriale cinese. In un certo senso rappresenta una contaminazione culturale: la progettazione segue una mentalità molto vicina a quella occidentale, mentre la produzione rimane in Cina, con un controllo diretto e quasi maniacale su ogni componente. Spirit Torino, continuando a proporre questo marchio in fiera, sembra voler rivendicare un principio molto chiaro: il mondo dell’hi‑fi sta cambiando, e alcune delle proposte più interessanti giungono proprio da chi ha scelto di non seguire le logiche del mercato globale, ma di costruire un’identità tecnica e culturale tutta sua. I prodotti Audio-gd esposti includevano il ricombinatore digitale I2S, il DAC R7 HE MK3 R2R e l'amplificatore integrato Master 10 MK3. Questa selezione rappresenta il cuore tecnologico della proposta del brand per l'evento Spirit Torino. La sala si presentava in modo ordinato e quasi civile, con il set‑up spiegato ovunque su fogli A4 colorati: una scelta semplice ma utilissima, che permetteva di capire subito con cosa si aveva a che fare. Al centro della scena c’erano i nuovi speaker della Snorter, i Vortex, riconoscibili dalla griglia centrale impreziosita da fini ricami in color rame, un dettaglio estetico prezioso e ben integrato nel design frontale, che rimane uno dei loro punti di forza più evidenti. Le elettroniche, come detto, sono Audio‑gd, mentre la sala risultava trattata in modo piuttosto generoso, con pannelli Audys, marchio che aveva prodotto anche il rack portaelettroniche: un ambiente che cercava di controllare riflessioni e risonanze, anche se il risultato finale rimaneva comunque caratterizzato da una forte impronta centrata sulla gamma media. Il primo brano è stato I will remember dei Toto, tratto da Tambu, un disco di circa un quarto di secolo fa, dal quale emergeva subito la natura del diffusore. Il suono era centrato sulle medie frequenze, con un allineamento temporale impeccabile grazie alla concentricità del driver, che restituiva una coerenza notevole in termini di focalizzazione. Il mediatore, molto tecnologico, accompagnava la demo con spiegazioni fitte, forse anche troppo estese, restando comunque simpatico per via del suo candido entusiasmo. Si passava ad una incisione di 35 anni fa con Cherish the day di Sade, tratta da Love deluxe e il sistema sembrava respirare meglio: il brano si adattava maggiormente al carattere del diffusore e la resa diventava più piacevole. La voce, però, rimaneva inevitabilmente in avanti, una conseguenza diretta del form factor e della scelta progettuale fatta a monte della produzione. Compariva un accenno di gamma bassa, morbida e non frenata, ma non sufficiente a fornire un vero spessore al brano: si trattava più di un supporto che di una presenza strutturale. La parte alta rimaneva educata, mai tagliente, e la scena era corretta, anche se non particolarmente profonda. Il design anteriore dello speaker continuava a convincere: elegante, coerente, con quella griglia centrale che catturava lo sguardo e raccontava subito la filosofia del prodotto. Si è trattato di un ascolto piacevole, con una forte identità timbrica e una coerenza che derivano chiaramente dalla concentricità del driver. Un sistema che privilegiava la gamma media e la focalizzazione, ideale per chi cerca un suono raccolto, ordinato e molto frontale, meno per chi desidera profondità e impatto fisico. In altra parte della sala, erano presenti speaker Amphion in esposizione statica. In un’altra sala c’era anche un’intera area cuffie, a testimonianza di un approccio espositivo completo e ben organizzato: l’ultranota top of the line Valkyria, ma anche la Pulsar, la Radiante e la Titano. Erano inoltre presenti pre-DAC e streamer Audio-gd che ricordavano quanto Spirit puntasse su prodotti dalle ormai note buone qualità soniche.
New HorizonUna sala onesta, ma che non ci ha entusiasmato. Il programma musicale consisteva esclusivamente in un LP di più di 40 anni fa dei Supertramp, Brother where you bound, suonato in looping per tutta la durata della fiera. La catena partiva dal giradischi GDS L1i con alimentazione separata Ale, seguiva con il pre Ångstrom Audiolab ZPP01 Zenith Series e prevedeva un integrato presentato in versione prototipale. Gli speaker erano dei Davis Acoustic modello a 3 vie The pledge nel colore quercia chiaro. Anche i cavi erano in prestito, come spesso capita nelle mostre di questo tipo. La testina era una Ortofon Red, scelta entry‑level che non aiutava a far emergere eventuali qualità nascoste del sistema. Il suono era gentile, educato, piacevole ma sembrava come del tutto privo di particolari ambizioni. Più che una dimostrazione tecnica, sembrava di essere di fronte ad un ascolto pensato per intrattenere i visitatori, senza rischi e senza voler davvero spingere il sistema nemmeno poco oltre il minimo sindacale. Tutto funzionava, nulla disturbava, ma nulla colpiva davvero. Una sala corretta, ma che scivola via dalla memoria senza lasciare alcuna traccia. Un’occasione persa. Peccato.
Head-AudioLa sala con i diffusori onnidirezionali H.E.O.L.O. ci convince sempre. È infatti una di quelle in cui si respira la cura artigianale del progetto: uno dei creatori raccontava con passione in sala l’evoluzione della gamma, ormai quasi interamente prodotta in Europa (anche usufruendo del driver HDS 134 Peerless) con una filosofia che punta alla coerenza e alla semplicità d’uso. Il sistema si interfaccia senza problemi con l’integrato Axxess Forté 1 in classe D – meno dinamico rispetto a un Devialet, sosteneva con onestà il mediatore tecnologico – mentre un finale NAD era presente in sala solo come riferimento. Il modello più grande è il Sigma (non presente in sala), il medio è Pigreco e il piccolo è il Micro: nel piedistallo di quest’ultimo è nascosto un woofer che lavora in sinergia con il modulo superiore. Quest’anno era arrivata la novità più interessante: il supertweeter N.E.S.T. (New Extended soundstage Tweeter), un modulo pensato per estendere la scena sonora verso l’alto, con controllo del volume a scatti e un taglio a 5 kHz che non modifica l’impedenza del diffusore. Il suo prezzo è accessibile: 850 euro la coppia, 650 in fiera, con possibilità di ascolto sia in negozio sia direttamente a casa, sempre con la disponibilità totale dei progettisti, come da tradizione. Si parte con il sistema con il NEST montato sopra ai Pigreco: l’estensione della scena risultava ancora maggiore rispetto all’anno scorso, con un sax enorme che si stagliava perfettamente tra le pareti laterali, trattate in modo impeccabile. Il brano, registrato molto bene, metteva in luce una gamma bassa leggermente morbida ma capace di scendere con naturalezza, mentre l’Hammond e il sax si alternavano con una presenza quasi fisica. Veniva poi programmato dall’ultimo lavoro di David Gilmour, Live at the Circus Maximus, l’iconica The Great Gig in the Sky, cantata da molti al posto della straordinaria turnista Clare Torry, finanche dalla figlia del chitarrista: un momento comunque emozionante, reso con una coerenza sorprendente per un sistema così compatto. Si passava poi a Summertime del 1959: qui entravano in gioco le casse piccole, le Micro, che suonavano senza il contributo del piedistallo dotato di woofer. La voce di Ella Fitzgerald e la tromba di Louis Armstrong in Summertime, tratto da Porgy & Bess, emergevano con eleganza, ma la carenza di gamma bassa inevitabilmente si avvertiva, in assenza del driver dedicato incastonato nel piedistallo. Il modulo NEST non integrato sembrava comportarsi in modo diverso, forse per l’assenza del deflettore, e sorgeva spontaneo l'interrogativo se il controllo di volume a scatti riesca sempre a centrare l’allineamento con di diffusori di sensibilità e marca diverse. Eppure, anche così, le piccole riempivano la sala con una dispersione sorprendente: la voce si staccava dal diffusore e occupava lo spazio con una naturalezza che non ci si poteva aspettare da un sistema così compatto. Si passava poi alla deliziosa chitarra di Pat Metheny: The moon is a harsh mistress, registrato con Charlie Haiden tratto da Beyond the Missouri Sky (Short Stories) produceva un suono che metteva in luce la capacità del sistema di restituire corpo e armoniche anche in assenza di un basso profondo. È un ascolto che confermava la direzione di HEOLO: diffusori compatti, intelligenti, con soluzioni tecniche originali e una scena che, grazie ai NEST, si estende ben oltre i limiti fisici del cabinet. Una sala dove si esce sempre con la sensazione di aver ascoltato qualcosa di diverso, pensato e costruito con una cura ormai difficile da trovare nei prodotti commerciali. Bravi!
Bitstore, UltrafideVeniamo accolti nella sala Morel con un classico intramontabile: il Danubio Blu eseguito dalla Filarmonica di Vienna per Decca tratto da Strauss Family: Waltzes Polkas & Marches, streammato da un Linn Klimax DSM che alimentava elettroniche Ultrafide MC2 e XTA che facevano cantare i bookshelf a due vie Morel Sopran 622. I campanellini iniziali venivano resi in modo cristallino e risultavano luminosi, quasi sospesi nell’aria e i diffusori riuscivano a restituire quella brillantezza tipica delle incisioni orchestrali ben fatte. La catena era di derivazione professionale, e la sensazione era proprio quella di una potenza controllata, da sala da concerto più che da salotto domestico. La spinta dei woofer, nelle prime battute, sembrava quasi disvelare l'elegante livrea del Discovery One di "2001: Odissea nello spazio" di Kubrick fluttuare elegantemente nello spazio della stanza, visto che concorrevano a produrre un’immagine sonora lucida, cinematografica, dimensionalmente estesa. Il mediatore tecnologico cambiava configurazione e finale per alimentare le torri di mezzo della serie Sopran, le 634 a 3 vie. La differenza era palese. Stessa esecuzione, stessi brani, ma con due woofer in più l’autorevolezza del suono era cambiata radicalmente. Diversamente dall'atteso, i campanellini sembravano essere diventati più leggibili, più stabili nel loro punto nello spazio, ma insieme al dettaglio erano emersi anche i rumori di fondo della registrazione, segno che il sistema riusciva a scavare più a fondo. L’unico limite era costituito dal posizionamento: una leggera inclinazione degli speaker unita a un evidente disassamento d'ascolto non aiutavano a cogliere la scena nella sua interezza, anche se i diffusori non erano in posizione particolarmente convergente. Arrivava poi un brano per violino e archi, molto bello tratto da Mari, di Mari Samuelsen, con una gamma bassa che entrava in gioco in modo ancor più deciso. Qui però la stanza mostrava i suoi limiti: nonostante il grande tappeto centrale, le risonanze si facevano sentire, soprattutto nei passaggi più energici. E come già accaduto a Monaco, arrivava anche un pezzo che metteva a dura prova la gamma bassa. un contrabbasso che scendeva con decisione faceva irrigidire il suono e la stanza andava in confusione. Si tratta di un brano che in un ambiente più grande avrebbe reso in modo spettacolare, ma qui risultava come un po' fuori scala. Nel complesso, la sala Morel mostra un potenziale enorme, con diffusori capaci di grande dettaglio e presenza, ma penalizzati da un ambiente non all’altezza della loro energia. Un ascolto affascinante, che ha lascia intuire quanto meglio potrebbero suonare in una stanza adeguata al set.
Vrel ElectroacousticAltra piacevole presenza, che è ormai divenuta una certezza di ogni fiera di settore, è VREL Electroacoustic. Vrel è una realtà umbra, e più precisamente di Foligno, in provincia di Perugia. Nasce dalla mente di Roberto Verdi, che da quasi 40 anni gravita nella galassia del settore musicale professionale e che già negli anni ‘90 produceva mixer da studio, amplificatori e diffusori monitor professionali. Tutta la serie Bequadro è composta da diffusori bipolari, a baffle aperto: un progetto a 2 vie, senza crossover, in configurazione D'Appolito modificata, con componenti proprietari dipolari quali i woofer e il driver HDPP (High Dynamic Push Pull) isobarico caricato a tromba MDC (Modified Constant Directivity) che lavorano a banda intera, con solo un carico resistivo posto a protezione del driver alto ben al di fuori della frequenza di taglio utile ad evitare possibili danni al componente. In due sale distinte venivano presentate le Bequadro #Tre e #Uno, la medio grande e la piccola. Il set con le Bequadro #Tre, che utilizzava una sorgente curiosamente costituita da un PC desktop, un DAC Playback Designs, un preamplificatore Burmester 808 MK3 ed un amplificatore finale Ayre, accoglieva l’ascoltatore con un’impronta sonora immediatamente riconoscibile: un suono fisico, rapido, percussivo, chiaramente orientato a mettere in evidenza velocità e dinamica, tratti distintivi degli smilzi diffusori della casa. Si partiva con il brano di apertura di Just fabulous - live in concert di Angela Brown, St. James Infirmary, un pezzo che sembrava taylorizzato sul sistema, in quanto dotato di una percussività netta, asciutta, immediata, che produceva una risposta pronta che restituiva energia e presenza senza esitazioni. Si proseguiva con l'affascinante tromba di Stan Getz di Gets plays Joblin, tratto da The Girl from Ipanema. Lo strumento a fiato emergva con decisione e personalità, mentre le voci colpivano per brillantezza e messa a fuoco. La scena restava piuttosto raccolta in altezza e si percepiva qualcosa di non perfetto in quella delicata zona di raccordo tra la tromba e la sezione dinamica in gamma bassa, un'area sempre complessa da gestire in configurazioni di questo tipo. Nella sala adiacente l’approccio era dichiarato, visto che su un civile foglio stampato si chiariva cosa si stava ascoltando, ovvero le piccole di casa, le Bequadro #Uno pilotate dall’amplificatore proprietario Cymbalon C5. In rack trovavano posto il pregiatissimo DAC Big Ben Rosetta 200 (a lungo gold standard negli studi di registrazione) e un pre valvolare Diodance. Qui il volume e la pressione sonora erano importanti, quasi da palco, con un impatto che permeava l’ambiente in modo deciso. Gli amplificatori Bequadro, da 50 watt, affiancati da modelli da 100 e 250 watt, restituivano un suono estremamente rapido e reattivo, generando una sensazione di grande prontezza dinamica, che aveva dell'incredibile, se non considerando l'alta sensibilità degli speaker. Con il live at the Blue Note Tokyo, di Steve Gadd e Will Lee, Black Orpheus il sistema mostrava al contempo muscoli e controllo, mentre con il solito remake di The sound of silence di Geoff Castellucci il set regalava un impatto notevole e risultava molto a suo agio sulle frequenze gravi tipiche della registrazione, pur mantenendo un’immagine sempre piuttosto bassa. Le casse risultavano produrre comunque un suono confortevole all’ascolto e le scelte tecniche operate a monte dimostravano una progettazione consapevole, chiaramente orientata al punch e alla resa fisica dell’evento musicale. Quando il programma musicale si faceva più complesso, con molte voci sovrapposte, la sala richiedeva maggiore attenzione: il volume elevato tendeva a saturare l’ambiente, ma il rapido intervento del mediatore tecnologico riportava l’ascolto su binari più equilibrati. Interessante la scelta tecnica della tromba tagliata a 3.000 Hz senza crossover, con solo un carico resistivo posto a protezione del driver ben al di fuori della frequenza di taglio utile: una soluzione raffinata e impegnativa, che richiede grande precisione di realizzazione. L’amplificazione utilizza valvole EL34, impiegate per il controllo del volume, con una filosofia che privilegia componenti progettati su specifiche proprietarie, valvole incluse. Infine, con Lhasa de Sela da Lhasa, ascoltavamo Love came here ed emergeva una forte impronta mediosa, coerente con la visione sonora di Bequadro: un ascolto intenso, energico, molto presente, che punta su velocità e impatto fisico. Gli ascolti di questi set costituiscono un’esperienza che va dosata con attenzione. A monte è necessaria una accurata scelta dei brani e del livello d’ascolto posti in essere dal mediatore tecnologico, ma il risultato racconta in modo chiaro e onesto una personalità sonora ben definita non disgiunta da un preciso carattere sonico.
Hi-Fi DonzelliLa sala Hi‑Fi Donzelli ci accoglieva con un’impostazione ordinata e quasi didattica: all’ingresso c’era una civile elencazione di tutto ciò che componeva il sistema, chiara e leggibile. Si tratta di una strategia win-win che va a beneficio dei visitatori e degli espositori. La sala presentava una catena articolata che integrava con coerenza sorgenti analogiche e digitali. La parte analogica ruotava attorno a un piatto Thorens TD 160 con testina Fidelity Research FR-1 MK II, affiancato da due novità interessanti: il preamplificatore phono Lyritech Pinnacle Plus e lo step-up transformer Fonolab Veliferi, pensati per lavorare in sinergia con testine a bassa uscita. La sorgente digitale era il Silent Angel Bremen SL1-B, utilizzato come lettore di rete. L’amplificazione era demandata al Thivan Labs Flamingo 300B, un amplificatore integrato in classe A pura, mentre la riproduzione era affidata ai diffusori Lyritech Riverside 8 Silver Edition, presentati qui in anteprima come nuova versione del modello, collegati con cavi Antinoise Technologies. Incredibilmente la scelta musicale operata dal mediatore tecnologico non aiutava a valorizzare tutta questa magnificenza. In riproduzione c’era un clavicembalo, per di più suonato con una certa inutile solerzia, e più precisamente un brano che avrebbe potuto concorrere a mettere in luce i limiti piuttosto che le qualità di moltissimi sistemi. Il registro era rigido, asciutto, poco indulgente, e la sala finiva per restituire un ascolto un po’ affaticante, dove la brillantezza dello strumento diventava protagonista assoluta e copriva ogni possibile piacevole nuance. Si è trattato di una dimostrazione corretta, ordinata, ma penalizzata da una selezione musicale che non permetteva davvero di compredere cosa questi diffusori siano in grado di fare con materiale più vario e meno monotono. Una sala che ci ha lasciato la curiosità di risentire il sistema con un programma più adeguato alle esigenze.
Bluemoon, SophosLa sala Bluemoon Sophos di primo acchito sembra un po’ spoglia, ma poi, guardando meglio la componentistica, appariva per quello che era, un piccolo sofisticato gioiellino. La vera protagonista sembrava la sorgente e in effetti il Revox PR99 confermava l’assioma: il suono aveva una naturalezza immediata, piena, autenticamente analogica nel senso più nobile del termine. La scena si apriva con una larghezza sorprendente, soprattutto considerando il posizionamento dei diffusori, quasi paralleli tra loro. La catena appariva interessante e ben costruita: quell’autentico pezzo di bravura che è l’ampli valvolare integrato Jadis Orchestra Reference, un altro integrato valvolare KR Audio pronto all’uso (forse destinato ad amplificare gli Orca) e - nel momento in cui eravamo presenti in sala - una coppia di diffusori bookshelf Acoustique Quality Passionline, costruiti nella Repubblica ceca. Scollegati e avanzati, sul loro piedistallo, un paio di Acoustique Quality modello Orca. Sulla carta, tutti gli elementi erano quelli giusti. Durante l’ascolto, però, diventava evidente che la fruizione veniva in parte penalizzata da una presenza molto attiva del mediatore tecnologico, che interveniva spesso sopra al programma musicale di fatto - e immaginiamo inconsapevomente - sovrastandolo. Questo atteggiamento rendeva meno semplice concentrarsi sui passaggi più delicati ed ha costituito un vero peccato perché la sala mostrava un potenziale effettivo e gli interlocutori si dimostravano disponibili e competenti. Il DAC, utilizzato anche come preamplificatore, introduceva un carattere sonico particolare, che abbiamo notato quando è partita una versione del solito The sound of silence di Geoff Castellucci: il sistema scendeva molto in basso, con una resa morbida e avvolgente, ma allo stesso tempo emergevano risonanze evidenti nella gamma grave. La scena assumeva quasi un andamento emotivo, con alcune note basse che sembravano rinforzate oltre il dovuto, creando un percepibile rigonfiamento. Un comportamento che sorprendeva, soprattutto alla luce del trattamento acustico presente, ben visibile con pannelli disposti sul fondo, sui lati, davanti al set e lungo la parte posteriore della sala. Nonostante l’impegno profuso, l’ambiente faticava a contenere l’energia delle basse frequenze, e l’ascolto alternava momenti di grande naturalezza a passaggi in cui la stanza tendeva a prendere il sopravvento. Restava la sensazione di una sala dalle grandi potenzialità, dove la qualità della catena e del programma su nastro avrebbero meritato un contesto ancora più silenzioso e un controllo acustico ulteriormente affinato.
Laho', ItaliacousticLa sala tutta italiana di Laho’ e Italiacoustic è ormai una certezza: ogni anno dopo averla visitata si avverte la sensazione di aver ascoltato qualcosa di solido, ben calibrato, privo di fronzoli ma ingegnerizzato e costruito con una evidente cura. La catena partiva dal DAC Bricasti M1 Limited Gold Edition, una macchina dual mono che già da sola impostava il carattere dell’ascolto: preciso, trasparente, dotato di quella eleganza digitale che non diventa mai algidità. A valle c’erano gli amplificatori Italiacoustic HSA 12S da 300 watt in classe HS (Holo Switching, la nuova classe di amplificazione a impulsi sviluppata e registrata da ItaliAcoustic), HSA 05S (125 Watt in classe HS) e HSA 02S (50 watt in classe HS), elettroniche che spingono con autorità senza perdere controllo. Come già facemmo notare la classe HS è “una tipologia di amplificazione ad impulsi che non va confusa con la D (sebbene ne sembri una evoluzione), che effettua una variazione di tutti i parametri propri degli impulsi: non solo la larghezza, dunque, ma anche la frequenza e l’ampiezza”. In sala suonavano le grandi Unica, riconoscibili per la loro importante presenza fisica: un po’ massicce, sì, ma capaci di riempire l’ambiente con una naturalezza che sorprendeva. Il primo brano era “Fragile” di Sting, tratto da …Nothing like the sun in liquida 16/44, e come spesso accade da loro l’ascolto appariva subito convincente: una gamma media pulita frutto del lavoro del driver da 1” con membrana in alluminio, accoppiato alla tromba Hyperfocus (progetto originale ed esclusivo di Laho’), una voce ben scolpita, e il mediobasso – affidato a un generoso driver da 10”– dotato di quell’immediatezza di emissione che caratterizza la filosofia generale del marchio. C’era anche un selettore per adattare l’emissione della tromba, utile per modellare la risposta in base alla distanza d’ascolto. Non a caso, quasi tutti per ascoltare avevano scelto la seconda fila, perché l’inclinazione degli speaker favoriva proprio quella posizione, dove la scena si ricompone e la coerenza diventa più evidente. Si passava a God give me streght, tratto da In motion pictures, registrato da Elvis Costello e il sistema mostrava un lato meno estremo e più rilassato: la voce risultava meno in avanti, il bilanciamento appariva più naturale e la sala respirava meglio. Nel complesso si era trattato di un ascolto che confermava la reputazione di Laho’: un suono pieno, controllato, con una timbrica che privilegia la sostanza e una scena che, dalla posizione giusta, si apre con coerenza e profondità. Un’altra dimostrazione ben riuscita, come da tradizione.
DoDeca AudioCi avviamo a concludere con una sala che conteneva prodotti davvero innovativi e dal design interessante, sonicamente nient’affatto male. Ci riferiamo ai DoDeca Audio il cui claim spiega meglio di qualsiasi altra spiegazione la mission aziendale: “una gamma di diffusori wireless ad alte prestazioni dalla forma di dodecaedro progettati da audiofili per gli audiofili più esigenti. Il design unico e senza tempo li rende un vero e proprio style statement, adatti ad ogni tipo di arredamento”. La gamma si articola in Micro, Mini e One. Il Micro usa un tweeter a cupola, un full-range, due subwoofer e due radiatori passivi, sostenuto da un finale in classe D da 55 Watt, con connessione bluetooth e ingressi USB e jack stereo. Il Mini adotta un coassiale con woofer e tweeter, 2 subwoofer, tre finali in classe D da 100 Watt, una migliore connessione Bluetooth, USB e ottica toslink. Completa la gamma il flagship Dodeca One, dotato di un tweeter, di un concentrico woofer e tweeter, e di due subwoofer con quattro amplificatori in classe D da 120 Watt ciascuno, con ingressi wireless, bluetooth e ottico. I primi due sono a batteria, mentre il flagship abbisogna di prese di alimentazione. Come detto si tratta di oggetti che destano curiosità, dotati di un'estetica dai connotati forti, che deve piacere. Nei pochi attimi in cui li abbiamo potuti ascoltare rendevano bene il loro servizio, in relazione alla filosofia tesa a disporre di speaker agilmente spostabili ove se ne crei la necessità. Interessanti e da risentire con più calma.
Erzetich audio e Nur headphonesErzetich Audio è un produttore di cuffie e di amplificatori per cuffia di livello audiophile; propone prodotti fatti a mano in Slovenia (EU). Erano in dimostrazione l’amplificatore Deimos, un dual mono in classe A, con la cuffia magnetico planare Phobos, più lo Scylla dual mono in classe A collegato alla cuffia magnetico planare Charybdis. Su altro tavolo venivano presentati l’amplificatore per cuffia SAEQ (Serbian Audio EQuipment) modello Astraeus con DAC SAEQ Pandora’s Box 1 (con a bordo gli ottimi i Sabre ES9038Q2M). In una terza zona faceva bella mostra di sé un pregiatissimo Allnic Audio HPA-300B che amplificava una cuffia. Il marchio di cuffie Nur (in arabo, leggero) headphones è invece tutto italiano e proviene dalla creatività di Angelo De Mattia. Il marchio di Bassano Romano, in provincia di Viterbo, produce tre modelli: la flagship della serie Reference, Harmonia, e la Shanti e la Miah della serie professionale. In effetti si trattava di una sorta di boutique e le volte in cui abbiamo provato a saperne di più sui prodotti esposti c’era sempre qualcuno ad impedirlo. Ripasseremo con piacere e con più calma… DML AudioD.M.L. AUDIO nasce nel 1991 a Monza dall'esperienza pluriennale di Massimo La Vigna. Dal 2002 si è trasferita a Santarcangelo di Romagna. Rappresenta dunque una realtà presente sul mercato da ben 35 anni. DML Audio proponeva a Roma il marchio Silent Angel e più precisamente l’ultimate network streamer Munich MU con DAC ESS Sabre, l’audiophile switch Bonn NX, il 25/10 megahertz world clock Genesis GX, l’ultra low noise linear power supply FX, l’alimentatore lineare Forester F2, cavi e saponette serie Genesi di Antinoise Technologies da sistemare sulle macchine. Di System Audio proponeva l’hub, l’SA-1 e una coppia di diffusori wireless attivi a 4 vie Legend 40.2 silverback DS. Non siamo stati in grado di ascoltare nulla, perché quando siamo passati in sala non c’era programmazione.
Axiomedia, LP Audio, Silence LabCome sempre interessante la sala dei necessori di Axiomedia. Purtroppo questa volta non c’era nulla in ascolto, perché i prodotti venivano proposti solo in forma statica. Qui un autocostruttore può trovare tutto il necessario per elaborare i suoi progetti, ma un semplice appassionato troverà anche mille connettori e cavi per far fronte alle esigenze di ogni giorno con prodotti di qualità controllata. Sempre seri e affidabili, gli axiomeidi! Dal momento in cui siamo passati, nella sala di LP Audio, con elettroniche Moon, PrimaLuna e diffusori Elac, non c’era programmazione musicale mentre la sala di Silence Lab alle 18:20 risultava chiusa.
ConclusioniLa due giorni romana si è conclusa, ma consentiteci di commentare l’ennesima riuscita edizione di una manifestazione che riesce sempre ad attirare a Roma migliaia di appassionati: varia, ben organizzata, ordinata. Il merito va senz’ombra di dubbio ascritto a Stefano Zaini e alla cura quasi maniacale che pone alla complessa fase organizzativa dell’evento. Un ringraziamento va però fatto anche agli espositori, perchéil loro desiderio di essere presenti agevola la possibilità degli appassionati di ascoltare i prodotti su cui avevano messo gli occhi. Fra questi risrerviamo un plauso speciale alle piccole realtà che faticosamente cercano di farsi largo fra i mostri sacri del comparto. Per parte nostra, rivolgiamo a tutti un a rivederci a Milano nel week-end del 9 e 10 settembre prossimi, come sempre all’Hotel Melià. Per maggiori informazioni: milano-roma-hi-fidelity-audio-show.it/Milano
SOMMARIO
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